The day after
Nessuna plateale celebrazione per l'11 settembre, almeno qui. Forse è normale, addirittura auspicabile portare avanti la nostra vita normalmente: e io, filoamericana di vocazione emersoniana, non amo un'America ripiegata su se stessa, ma l'America che affronta le sfide a viso aperto. Ma non posso evitare di fare qualche constatazione. Le calunnie continuano, vuoi per alcuni siti, per qualche casa editrice, e per alcuni giornali. Il Manifesto ha parlato di ansie "millenaristiche" (sic)dell'amministrazione Bush, e di una giustizia di cui le vittime dell'11 settembre necessiterebbero(leggi fra le righe: la verità di Meyssan, pubblicato dalla casa editrice che merita l'appellativo di furbetta tra le furbette). Ma si sa, il Manifesto è un giornale a tesi. Altri-quelli della solidarietà per cinque minuti- continuano a optare per il terzismo morale, la logica del se-ricordiamo-loro-perché-non-tutti-gli-altri. Perdonate la frase fallaciana-e non fallace. Questo neutralismo non produce risultati molto diversi dalle calunnie stile Indymedia. Di fatto, le vittime dell'11 settembre continuano a finire in quell'enorme dimenticatoio selettivo della cattiva coscienza antiamericana- guarda caso, proprio lo stesso dimenticatoio in cui finiscono le vittime israeliane. L'ignavia morale e la fantapolitica spacciata per Verbo divino di tanti Fox Mulder-they want to believe- sono narcotici pericolosi. Perché sedersi in poltrona non si può. Perché dimenticare è umano, ma in questa circostanza è diabolico. Tutto va bene, pur di restarsene con la testa sotto la sabbia: tutto va bene finché l'Europa riesce a spacciare la sua fiacca morale per sagezza.Purtroppo.
Daisymiller