I LOVE AMERICA




OH FREEDOM !
Il Diario di Daisy Miller



sabato, maggio 29, 2004
 

HARVEY, O DEL SUBLIME

Roberto, su Windrosehotel, ci ha recentemente proposto il commento di Norm sul famoso film di Benigni, La vita è bella.

C'è un grandissimo ostacolo al fatto che io prenda parola sul film. Non l'ho visto.
Guardo poco la tv e vado pochissimo al cinema, ma non so perché, persa l'uscita nelle sale, non l'abbia ancora guardato. Non è snobismo perché le poche volte che sono andato al cinema volentieri, non costretto, è per guardare film che sono oggettivamente non culturali, tipo Fantozzi o The Indipendence day. Mi piacciono molto.

Però penso che forse questo film di Benigni potebbe piacermi. Dalla storia mi sembra non troppo lontano nello spirito dal mio preferito (vedi oltre). Lo guarderò un giorno.

Per cui rimango alle sole osservazioni più astratte di Norm che riporta Roberto.

Particolarmente interessante è quando si tocca il tema dell'impossibilità della rappresentazione.
La trovo interessante perché è esattamente il motivo per cui non ho mai sopportato i film sulla Bibbia, dai colossal fino a Pasolini e Zeffirelli, tutti inclusi.
Ma davvero l'arte ha degli oggetti impossibili ? La Divina Commedia ha un oggetto in sé sommamente irrapresentabile. Eppure è riuscita. Forse, la butto lì senza la minima certezza, come mera idea frullata ora in testa, la rappresentazione dell'irrapresentabile può avere successo solo in certi casi.

Innanzitutto quando è pretesto per la rappresentazione di qualcosa d'altro, un qualcosa completamente diverso dall'oggetto nominale. I film sulla Bibbia sono terribili quando vogliono proprio rappresentare la Bibbia, o i suoi personaggi. Ma Dante non ha mai voluto rappresentare la realtà dei novissimi, dell'aldilà, bensì usarli come pretesto per fare il giudizio e la rappresentazione di un'epoca e di una storia.

C'è però un'altra possibilità: L'arte pittorica e scultorea sfuggono all'impossibilità dell'oggetto perché esse, rappresentando, lasciano a chi guarda il creare l'interpretazione dell'oggetto, laciano a *noi* l'occasione di andare oltre l'oggetto, anche se ciò fosse il solo avvertire che esiste "l'oltre" l'oggetto rappresentato..

Voglio dire: Il Cristo morto del Mantegna vorrà senza dubbio rappresentare l'umanità di Gesù nella contrattura della morte e nel pallore del corpo, ma è grandiosa perché nella bellezza ci fornisce solo un involucro concettuale della perfetta umanità del Cristo. Lì si ferma. Siamo *noi*, ciascuno di noi che guarda, a inserire la perfetta corruttibile umanità espressa con la bellezza dell'opera nella perfezione della divinità innominabile. L'andare oltre rimane nostro, intimo, incomunicabile, eventuale. Oppure semplicemente a noi rimane inserirla nel mistero, "nell'oltre" di cui l'artista ha rispetto e di cui non si impiccia. L'autore non la tocca, non si impiccia di ciò di cui è impossibile impicciarsi. In questo senso, contro Kant ma grazie al suo concetto, dico che la vera arte è capace del sublime. Facendo cogliere, senza impicciarsene, ciò che è oltre, rispettandolo (sublime come dislivello della nostra idea con ciò che la supera e quindi rispetto). Anche solo il mistero basta al sublime, perché la sola esistenza del mistero è rispetto.

Mistero viene dal greco "mystes" (iniziato) e a sua volta dal verbo "myein " (chiudere, serrare). Il mistero è come qualcosa di racchiuso nel pugno di una mano serrata, invisibile.
Al che la ragione richiede che se si parla di qualcosa di "chiuso, serrato", si ammette implicitamente che quel "qualcosa", seppure sconosciuto, debba essere nel pugno, li' serrato e protetto dallo sguardo grazie alle dita racchiuse, e dunque debba esistere.

In questa accezione "mistero" indica cio' che, rinchiuso, serrato e protetto dallo sguardo, non e' a noi accessibile. Onde se quel qualcosa sottratto a noi non esiste, la parola "mistero" non indica nulla, e' puro flatus vocis, e il "mistero" non esiste. Invece l'opera d'arte ci fa sentire, emozionalmente, o attraverso una comunicazione non convenzionale, l'esistenza di quel mistero, senza infrangerlo aprendo la mano serrata. Non lo intacca, però fa compiere a *noi* l'insuperabile passo verso l'incomunicabile

Al contrario, quando ho avuto occasione di vedere un Cristo, o il Sacro in genere, rappresentato al cinema, non mi è piaciuto. Non lo sopporto perché nel cinema viene imposta una persona e la sua umanità senza limitarsi a quell'involucro concettuale. Invadendo ciò che è da un lato privatissimo e incomunicabile. Il cinema finisce per esplicitare un Gesù che non solo non è il nostro Gesù, quale che lo sentiamo, credenti e persino non credenti, ma addirittura rovina persino il senso del mistero, dell'"oltre" che avvertiamo senza saper raggiungere. Nello svolgersi della rappresentazione apre la mano, privando del mistero il mistero e mostrando che in mano non ha alcunché.

Questo non è ovviamente un giudizio a priori sul cinema. E' sul cinema che ho visto.

Quindi in questo senso la critica che rivendica l'impossibilità dell'oggetto ha ragione. L'Olocausto è "in sé" irrappresentabile, il suo orrore, come tutto il dolore e la sofferenza umana, soprattutto quando le sue dimensioni sollevano stupore e domande fondamentali, sono incomunicabili anche se tanto condivisi (Natoli parla bene dell'incomunicabilità della sofferenza). La grande sofferenza e il grande dolore possono essere degni solo del rispetto che unicamente l'arte capace di sublime può dare.
Oppure il tema in sé irrapresentabile può essere al massimo, come dicevo parlando dell'opera del nostro Sommo Poeta, un pretesto -capace di essere rispettoso- per arrivare ad altro, ben diverso.

Sul film che non ho visto, dicevo all'inizio, non posso dire nulla. Se non che, secondo me, l'idea di una storia in cui il padre nasconde con l'allegria e l'humor l'orrore al proprio figlio, è geniale. Stando alla mera idea, la possibilità di successo artistico potrebbe esserci. Parlare dell'Innominabile potrebbe essere il modo per esprimere qualcosa di diverso: l'ottimismo dell'amore. Che dovremmo avere anche verso noi stessi (un po' di America anche per noi, dico io). Amore per sé e per gli altri che qualcuno era già riuscito a raccontare con la storia di un uomo e del suo amico, un coniglione rosa alto due metri (e questo, diretto da Koster e interpretato da Stewart è il più bel film della storia del cinema).
I due film potrebbero essere la rappresentazione dello stesso mistero.

Ehi, guarda caso, un altro gran bel film interpretato da Stewart si chiama proprio It's a wonderful life .....

Paolo

P.S. la versione italiana del più bel film





























posted by IloveAmerica | 00:29 | commenti