I LOVE AMERICA




OH FREEDOM !
Il Diario di Daisy Miller



venerdì, luglio 29, 2005
 

Duecento anni di Tocqueville

"Vedo chiaramente nell'eguaglianza due tendenze: una che porta la mente umana verso nuove conquiste e l'altra che la ridurrebbe volentieri a non pensare più. Se in luogo di tutte le varie potenze che impedirono o ritardarono lo slancio della ragione umana, i popoli democratici sostituissero il potere assoluto della maggioranza, il male non avrebbe fatto che cambiare carattere. Gli uomini non avrebbero solo scoperto, cosa invece difficile, un nuovo aspetto della servitù… Per me, quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte, poco m'importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge"

Queste parole hanno quasi centocinquant'anni, e sembrano scritte ieri. Ricordiamo con ammirazione uno dei più grandi francesi della storia.

 

Daisy Miller

posted by IloveAmerica | 19:03 | commenti



lunedì, luglio 25, 2005
 
Nazismo, comunismo, islamofascismo: in una parola, antiamericanismo
La guerra che ci circonda, che ci è stata dichiarata senza che la volessimo o ce la fossimo cercata, ha fatto emergere alcune realtà che sembrano sfuggire ai più.
Per quanto io legga e cerchi di tenermi aggiornato quanto più possibile, passando da cose che mi convincono ad altre che mi incuriosiscono, incappando inevitabilmente per gente che mi impone di convertirmi al cattolicesimo per salvarmi l’anima e per gente (gente? gente? mi sono imposto di evitare epiteti, e allora li chiameremo “gente”, scusandoci con la gente vera) che accusa i marines americani di farsi scudo dei bambini irakeni, non mi è capitato ancora di leggere un’analisi che contenga le seguenti riflessioni.
 
Si dice spesso che gli antiamericani per lo più di sinistra (ma non solo) di questa povera Europa e in particolare del nostro Paese facciano più o meno consapevolmente da supporto ai terroristi (si chiamano terroristi, non combattenti, insorgenti, resistenti: sono terroristi, qualsiasi porcata linguistica vogliate e vi sia permessa perpetrare) che si sono impadroniti di una cultura millenaria e diffusa nel mondo, dirottandone l’interpretazione e la semplificazione maggiormente diffuse e percepite dalle opinioni pubbliche non solo occidentali verso qualcosa che non dovrebbe affatto essere per forza la sua naturale e necessaria degenerazione. Bè, io credo che questo sia purtroppo vero, ma credo anche che sostanzialmente sia ancora più vero il contrario. La storia dell’antiamericanismo del ventesimo secolo annovera tra gli invidiosi e ideologicamente perdenti protagonisti tutta una serie di signori che in comune hanno sempre avuto lo status di dittatori calpestanti i diritti civili di coloro che hanno avuto la sfortuna di capitare sotto il loro tacco. Nazisti e comunisti accomunati da ideologie nate nel nostro Occidente europeo si sono succeduti con alcune costanti, una delle quali è l’antiamericanismo, che ha convinto sempre più coloro che, in preda al furore ideologico ora di estrema destra ora di estrema sinistra ma sostanzialmente identici, li hanno seguiti, idolatrati, veicolati e giustificati e che in nome della lotta contro la libertà e la democrazia se la sono presa con il nemico comune, ossia il Paese dove ed il popolo per il quale libertà e democrazia significano qualcosa da più di duecento anni: l’America. E allora, è di una logica disarmante che la nuova ideologia totalitaria, l’islamofascismo, sia nata e cresca rigogliosa attorno alla malapianta dell’odio viscerale nei confronti degli Stati Uniti, in una mutua e rigogliosa esaltazione delle proprie dannate ragioni antiliberali e antilibertarie che hanno covato sotto la cenere di chi nella sua vita ha perpetrato con fare nazista l’ideologia comunista, difendendo dittatori, stuprando la libertà, cedendo alla facile demagogia pauperista praticando bene e razzolando malissimo.
 
Dopo la caduta del muro, sembrò a molti che se proprio non era vero che la storia fosse finita, quanto meno fosse finita l’utopia di una ideologia cha aveva fatto decine di milioni di morti, e che ben presto avrebbe dovuto smettere di violentare i diritti civili anche in quei pochi ulteriori Paesi retti da tiranni che ancora nascondevano – con la facilità dovuta a sostanziali condivisioni di molte vedute e di ancora più numerose pratiche – la propria volontà di fare strame di libertà dietro ad una ideologia che la storia (e l’America) aveva sconfitto. Ma non si possono crescere milioni di persone con l’odio nelle vene e poi sperare che esso se ne vada con una flebo di libertà – peraltro da essi  accettata con riluttante fastidio - come fosse un’anestesia. E così, milioni di orgogliosi difensori delle ideologie protagoniste delle più nefande conseguenze sembrarono zittirsi, e molti che erano sempre stati dalla parte giusta sperarono che questi orgogliosi difensori della follia ideologica potessero accettare di revisionare la pratica di aver dedicato tutta la loro vita a supportare massacri di diritti e di vite coprendosi gli occhi quando la verità faceva male, con l’unico sfogo della loro violentissima depressione e frustrazione e invidia che si incanalava nel bieco e feroce antiamericanismo del ventesimo secolo. Non era così. Non avevano accettato nulla. Avevano solamente constatato la sconfitta, ma senza capirla, somatizzarla, elaborarla, ed attendendo che una nuova ideologia totalitaria prendesse il posto di quella che avevano supportato per poter giustificare una nuova, esaltante, rabbiosa minzione sulle stelle e strisce tanto odiate.
 
L’islamofascismo è per questi nostri connazionali, per questi occidentali come noi, la risposta perfetta. Non sono loro che supportano i criminali che fanno morti in giro per il mondo: li fiancheggiano ideologicamente, non c’è dubbio, ma la relazione è inversa. Sono gli islamofascisti (che non corrispondono affatto agli islamici) che appoggiano il cancro che colpisce l’Occidente dal di dentro, nel nome dell’antiamericanismo, vero paradigma di questa metastasi che ci coinvolge tutti da decenni e che di volta in volta si fa forte di una nostra debolezza - che è anche la nostra forza e guai a rinunciarvi - chiamata “società aperta”, facendo sponda sul senso di debolezza, di autocommiserazione, di frustrata invidia che prova chi è stato sconfitto dalla storia proprio quando si sentiva sul punto di vincere la sua personale e totalitaria battaglia contro la libertà.
 
Se è vero – come è vero – che non siamo al cospetto di uno scontro di civiltà, e se è vero – come è vero - che invece c’è una guerra civile in corso nella civiltà islamica, è altrettanto vero che la guerra civile è in corso anche all’interno della società occidentale, la nostra, per colpa di un nutrito numero di pericolosi occidentali che portano da molto tempo un attacco ai nostri valori liberali e democratici che si sostanziano nell’esperimento riuscito di un luogo dove, lungi dall’esserci perfezione, c’è il costante impeto ad implementare libertà e democrazia: gli Stati Uniti d’America. Hanno rialzato la testa, dopo la batosta dell’89 che ha seguito quella del ’45. Hanno rialzato la testa e si sono alleati con grande facilità all’ennesima ideologia totalitaria che si riunisce intorno all’odio nei confronti degli Stati Uniti, e giustifica le proprie deliranti teorie con la tumorale ed immorale sponda che gli offre bella e pronta la inconscia convinzione del proprio nulla che affligge questi occidentali sempre pronti a prendersela con chi da due secoli e passa è il faro del diritto e della supremazia occidentale, anche e soprattutto contro le quinte colonne che hanno come unico desiderio la corruzione dall’interno del sistema occidentale, imperfetto ma migliore di qualsiasi altro, riassumendo le loro idee, le loro azioni e le loro follie in un unico centenario termine che provoca loro l’orgasmo più immediato: antiamericanismo.
 
Sarà una guerra lunga, e dolorosa, e difficile. Ancora una volta, combattuta contro un nemico che ci attacca per quello che siamo, in nome di una perversa ideologia pazza e antistorica, che non vincerà. E ancora una volta, combattuta con la zavorra di un nutrito numero di persone che lungi dal ringraziare chi li ha sempre difesi permettendo loro di adagiarsi sulle più demagogiche e inapplicabili teorie, continua imperterrito a sperare che la libertà sia sconfitta da chi concede loro l’alibi ideologico all’odio che manifestano contro l’America ma che in realtà ha un unico e perpetuo destinatario: loro stessi, e il loro nichilismo, e le loro scelte perdenti e infami. Sono fra di noi, e non c’è confine alle frontiere che li possa fermare. Sono loro i primi responsabili di quello che ci sta succedendo, e ad ogni brigata pacifista (rossa e non) che puntuale rinasce quando c’è da legittimare un’ideologia totalitaria si ripete il rito della risurrezione della cancerogena fenice che ci coviamo dentro, silente fino a quando non trova qualche despota pazzo che brucia una stars and stripes e lo incita a ritornare ad ucciderci permettendo a questa perversa alleanza di bestemmiare che è pure colpa nostra.
Mixumb
posted by IloveAmerica | 09:44 | commenti



sabato, luglio 23, 2005
 

Sentiti ringraziamenti

Al Qaeda e affiliati ancora una volta hanno dimostrato il loro divino zelo: con 90 infedeli in meno(pericolosamente gaudenti nella peccaminosa località turistica di Sharm El Sheik), i proletari del Medio Oriente segnano un altro punto in favore del proprio progresso. E ringraziamo non solo i volenterosi sindacalisti alla guida delle tre autobombe, ma anche il ragazzotto stagionato di Salò, Giorgio Bocca (o Al Boccà, come scriveva Camillo?), dalla parte giusta allora come adesso, che ancora una volta ci ha indicato la radice di ogni male: il nostro mondo folle, contro il quale i deboli utilizzano l'arma del terrorismo. 

Daisy Miller

posted by IloveAmerica | 18:02 | commenti



venerdì, luglio 22, 2005
 

Boicottaggio della Coca Cola. E allora, buona Coca Cola a tutti

No, noi non capiremo. Non abbiamo orecchie per intendere. Gli equosolidali di Indymedia, radio Onda d'urto,  e chi più ne ha più ne metta dell'augusto sottobosco dei migliori, oggi urlano come un sol uomo: boicottate la Coca Cola! Ma noi che non siamo solo duri d'orecchi, ma anche di cuore, ci siamo lasciati tentare ancora una volta dal piacere frizzante, dolce ma non troppo, della celebre bevanda.  Non me ne voglia il Linux Club-al quale ho restituito pan per focaccia per avermi rifilato la Beuk Cola, (chissà se un 10% dei proventi sono destinati per fornire alle famiglie palestinesi beni di prima necessità, che so, razzi, esplosivi, come avviene con la Mecca Cola..)lasciando la pagina web di un loro computer aperta su questo blog, ma quando si denuncia la Coca Cola di lanciare messaggi immorali, ci sembra una scusa un po' eccessiva per il loro innocente picnic a Villa Ada.

Perciò, buona Coca Cola a tutti. How refreshing.  Nel mondo degli equosolidali, è bello sentirsi tutti un po' più iniqui ed egoisti.

Coca-Cola - Lady in Red Print      Coca-Cola  Delicious and Refreshing Print

Daisy Miller

posted by IloveAmerica | 14:38 | commenti



giovedì, luglio 21, 2005
 

Altre esplosioni a Londra

Secondo la BBC, stavolta si tratta di esplosioni minori. Chiuse le linee Hammersmith &City, Northern e Victoria. Sinistra coincidenza, un'altra esplosione ha fatto saltare i vetri di un autobus della linea 26 a Hackney. Panico generalizzato, una sola persona ferita, della quale non si conoscono le condizioni.

Daisy Miller

posted by IloveAmerica | 15:33 | commenti



mercoledì, luglio 20, 2005
 

TI FAI SPARARE E POI LO CURI

di Giovanni Zibordi, dal forum di Cobraf

Mia mamma che aveva 15 anni quando arrivano gli americani mi avrà raccontato trenta volte delle cioccolate che distribuivano dalle jeep quando sono arrivati a Modena: sentendo di quelli che hanno sventrato venti bambini irakeni che prendevano le caramelle da un marine ieri l'altro commentava: "prenderli ed ammazzarli non sarebbe abbastanza"

Alla fine della seconda guerra mondiale i nazisti organizzarono un movimento di resistenza i "WereWolf" che in abiti civili compivano atti di sabotaggio, cecchinaggio e terrorismo nella Germania occupata contro gli alleati. Quando venivano catturati venivano fucilati subito senza processso e centinaia di giovani nazisti finirono in questo modo.

Oggi le cose vanno diversamente, ecco una notizia di quelle che forse non pubblicano in italiano.

Bagdad 14 luglio:

Stephen Tschiderer, un ufficiale medico del 101 fanteria è stato colpito al petto da un cecchino nascosto dietro un camioncino e l'attacco è stato filmato in parte da altri "insorti" in questo video.

Il motivo per cui il video è oggi su Yahoo e altri siti è che questo Stephen Tschiderer si è salvato grazie al corpetto anti-proiettile, si è rialzato, ha dato la caccia al cecchino assieme ad altri, lo ha catturato e poi lo ha medicato personalmente essendo lui anche il medico più vicino.

Nel giro di dieci minuti è passato dal essere quasi ammazzato dal terrorista a curarlo personalmente invece di sparargli

 

posted by IloveAmerica | 19:57 | commenti



giovedì, luglio 14, 2005
 

The cricket test


C'erano le foreste, che narravano l'anima germanica dell'Inghilterra; ad esse poi il grande critico John Ruskin preferì le cattedrali gotiche, nuovo luogo dell'identità nazionale; poi venne Ford Madox Ford, e il prato del cricket , il luogo che assimilava i giocatori gli indiani allo spirito dell'Inghilterra . Da ieri, tutto questo non c'è più. Ce l'hanno data a bere: ci hanno detto che l'integrazione era facile, che sarebbe bastato perseverare, come i ragazzi di East is East che riescono a non farsi incastrare in un matrimonio combinato. E invece no: a costo di farci insultare come seguaci di Enoch Powell, a costo di farci dare per l'ennesima volta degli imperialisti, il fatto che gli attentatori del 7 luglio fossero inglesi deve dimostrarci una volta per tutte che multetnico si può, ma multiculturale è impossibile. Ai critici liberal il Minute di Maucaulay, col suo intento manifesto di creare una classe di indiani di gusto inglese è sempre sembrato uno dei peggiori esempi di arroganza imperiale britannica; ma possiamo evitare, oggi, di porci la domanda di Norman Tebbit?


"A large proportion of Britain's Asian population fail to pass the cricket test. Which side do they cheer for? It's an interesting test. Are you still harking back to where you came from or where you are?"


Forse ha ragione Salman Rushdie: "the trouble with the English is that their history happened overseas, so they don't know what it means". E infatti, gli inglesi si sono rifiutati di sapere che cosa stesse avvenendo nel ventre della grande metropoli, si sono accontentati di un profluvio di retorica zuccherosa, e non hanno capito che l'inesorabile cambiamento suggerito da Shakepeare nella Tempesta, invece di something rich and strange, stava creando un mostro cannibale e autocannibale. E' ormai indispensabile che i musulmani moderati escano allo scoperto, rompendo il muro di omertà che lega ancora molti di loro ai fratelli che sbagliano. Il pericolo maggiore non viene tanto dai terroristi, ma da chi lascia correre per quieto vivere. E dobbiamo purtroppo constatare che, anche a Londra, tira un'aria da Repubblica di Vichy.

Daisy Miller

posted by IloveAmerica | 18:07 | commenti



mercoledì, luglio 13, 2005
 

IL SOCIALISMO CHE AVANZA

di RandomBits

posted by IloveAmerica | 18:42 | commenti

 

CI HANNO MENTITO

Una storia di discriminazione etnica

Ci hanno detto che la passata e attuale immigrazione islamica e' causata e resa necessaria dalla mancanza di lavoratori. Cio' su cui hanno mentito e' proprio la necessita' della immigrazione da determinati paesi.

Di fatto l'immigrazione e' stata preordinatamente diretta a collocare in Italia persone provenienti da una cultura in cui l'integrazione e' piu' difficile, garantendo gia' ora e per il futuro una sicura fonte di problemi sociali e politici.

Alle spese di chi si e' mentito ?

Illuminante un articolo di oggi su La Repubblica:

Sono passati due anni. Ma c'è anche chi attende da molto più tempo: dieci anni, addirittura. Omar sa benissimo che chi lascia il proprio paese va incontro a disagi, difficoltà e a volte anche a discriminazioni. Ma credeva che ci fosse un limite, anche perché non è stato lui, ma un suo parente morto da anni, a compiere quel passo.....

Un'intervista al responsabile dell'ufficio con la porta sprangata: "Abbiamo un arretrato di lavoro per almeno dieci anni. Nel 2003 le pratiche sono state 43.000, nel 2003, 75.000, nel 2004 abbiamo superato la cifra del primo anno: 44.500. Insomma, noi ce la mettiamo tutta. Ma abbiamo perduto novanta impiegati ed è chiaro che siamo stati costretti a rallentare i ritmi di lavoro". "sarà - dice con rabbia Omar - ma quando il problema della cittadinanza riguarda un calciatore, alla fine si risolve tutto". Ne ottiene uno sguardo di solidarietà e di compassione. Il genere di sguardo che si rivolge a chi proprio non sa come va il mondo. Decide di chiudere la conversazione: "Adios", dice e prende malinconicamente la strada del ritorno. Percorre la Avenida Marcelo T. de Alvear, raggiunge la Avenida 9 de Julio diretto verso la fermata del metro.

Omar, infatti, non si trova in Italia. L'ufficio che non lo riceve non è quello di una questura. E' il nostro consolato di Buenos Aires. E le dichiarazione riportate in quell'articolo (apparso sul quotidiano "La Nacion") non sono di un funzionario della polizia italiana ma del responsabile dell'ufficio passaporti del consolato generale italiano nella capitale argentina. Omar, nipote di emigrati italiani, è uno dei tanti che hanno presentato - in base alla legge - domanda per avere la cittadinanza del loro paese d'origine con la speranza di tornare e di trovare un lavoro.

E' da sottolineare che questi numeri enormi non sono semplicemente di argentini che vogliono lavorare in Italia, sono oriundi Italiani che in base ad una legge inapplicata potrebbero tornare in Italia. Gli altri argentini e sud americani che avrebbero voluto emigrare qui per lavoro sono molti, molti di piu'. Un enorme numero che avrebbe sopperito ad ogni esigenza di lavoratori da parte della nostra industria.

La scelta predeterminata della immigrazione dai paesi islamici e' stata fatta non solo senza il consenso degli italiani ma, senza alcuna necessita',  a chiaro e innegabile danno degli oriundi italiani e di tutti gli altri lavoratori sudamericani che avrebbero voluto emigrare in Italia, ma gli e' stato impedito.  Non e' forse questa una discriminazione a danno di una precisa cultura e a favore di un'altra ?  Non era forse possibile prevedere una immigrazione equilibrata a vantaggio di tutti i paesi dove la poverta' spingeva ad emigrare ? Il danno e' di coloro che sono stati discriminati e infine nostro, perche' le conseguenze della difficolta' di rapporto con culture diverse e un modo di vivere la religione medioevale le conosciamo tutti.

Questa e' stata e continua ad essere una strategia precisa, per capire la quale e' utile leggere i seguenti testi:
- La vera storia dell'Eurabia, di Paolo della Sala, Ragionpolitica;
La genesi del dialogo euro-arabo di Bat Ye' Or, Ideazione, a cura di Paolo della Sala;
- E' l'Europa, non l'America, che si sta distanziando ? di Federico Punzi, Radioradicale
- Intervista a Bat Ye'Or su Il Foglio

Paolo

posted by IloveAmerica | 16:30 | commenti



giovedì, luglio 07, 2005
 

Attentati a Londra: la parola a Bush

La guerra al terrorismo continua. Sono stato stupito dalla risolutezza dei leaders del G8. E' forte quanto la mia. E non ci arrenderemo a queste persone, non ci arrenderemo ai terroristi. Li troveremo, li consegneremo alla giustizia e allo stesso tempo diffondemo un'ideologia di speranza e compassione che vincerà la loro ideologia di odio.

The war on terror goes on. I was most impressed by the resolve of all the leaders in the room. Their resolve is as strong as my resolve. And that is we will not yield to these people, will not yield to the terrorists. We will find them, we will bring them to justice, and at the same time, we will spread an ideology of hope and compassion that will overwhelm their ideology of hate. [ Leggi il discorso per intero qui]

Daisy Miller

posted by IloveAmerica | 15:48 | commenti

 

LONDON 1944 - 2005:  WE'LL WIN AGAIN

1944: V1 rocket on London. Same enemies same response.

It's important, however, that those engaged in terrorism realize that our determination to defend our values and our way of life is greater than their determination to cause death and destruction to innocent people in a desire to impose extremism on the world. Whatever they do, it is our determination that they will never succeed in destroying what we hold dear in this country and in other civilized nations throughout the world     07/07/05 Tony Blair

V1 rocket on London

Paolo

posted by IloveAmerica | 13:58 | commenti



mercoledì, luglio 06, 2005
 

Londra 2012. Another one bites the dust

E' ufficiale: Parigi ha perso. Parbleu, et c'est la poussière qu'ils vont mordre. But let's speak OUR language: another one bites the dust. And another one gone.

Daisy Miller

 

 

posted by IloveAmerica | 15:59 | commenti

 

Dal vostro inviato nel mondo dei sogni …

Gente, che 4 di luglio! Qualcosa da ricordare per tutta la vita.

 

 

 

Ok, andiamo con ordine. Ore 16, appuntamento dal notaio. 8 intrepidi personaggi innamorati degli Stati Uniti, più due presenti in spirito (e per procura), si riuniscono davanti ad un pubblico ufficiale per sancire la nascita della Fondazione Italia USA. Lo statuto, breve e presidenziale, contiene i principi basilari per il funzionamento di una istituzione che ambisce a rappresentare il mondo italiano che ammira gli Stati Uniti, che non si arrende alle scemenze che si sentono in giro, che non dimentica a chi deve la propria libertà dai totalitarismi che hanno insanguinato il ventesimo secolo. Alla presenza e con la benedizione del più alto diplomatico di ruolo in Ambasciata USA, che farà da ponte nel passaggio di consegne tra Ambasciatori che avverrà a fine luglio, è stata siglato un patto tra coloro che si sono impegnati ad agire per promuovere l’America in Italia: impresa mica da ridere, eppure pressoché inedita. Il nostro logo, firmato da tutti noi, andrà incorniciato e affisso nella stanza del Presidente, a fianco al sigillo presidenziale pervenuto direttamente dalla Casa Bianca e alla bandiera che farà bella mostra di sé dietro la scrivania.

 

 

 

Grande soddisfazione, e via verso Villa Taverna. C’è molto traffico, dalle parti della residenza dell’Ambasciatore americano a Roma, intorno alle 18.50. L’appuntamento è per le 19, ma già dalle 18.30 c’è un continuo afflusso di persone che vengono accolte con cortesia da militari in divisa, e che diligentemente superano le coccarde biancorossoeblu per passare sotto i metal detectors e poi accedere alle scalette che portano al giardino. Le bandiere dei 50 stati fanno un certo effetto, una dopo l’altra: dopo essersi registrati si accede al giardino, e per chi vuole (ma chi è che non vuole?) c’è la fila per salutare Mel&Betty, che accolgono con calore uno ad uno i numerosi invitati. Una cordiale pacca sulla spalla a qualche ospite “di casa” come il nostro Presidente, un più formale welcome a chi, come chi scrive, non ha mai avuto il piacere di conoscere Sua Eccellenza; un sorpreso “I like your tie” al compagno di avventura che veste una cravatta celebrativa di una importante convention, tenuta nel settembre dello scorso anno. Nei giardini, intanto, continuano ad arrivare persone di ogni nazionalità, razza, religione, età: saremo più di 1000, alla fine. Lo spazio per l’orchestra è già pronto, ma il programma consegnatoci (gelosamente custodito negli archivi della neonata Fondazione) dice che fino alle 20 ci sarà da attendere: e allora via con le relazioni piacevolmente intrattenute con persone che condividono con noi un certo apprezzamento per the land of the free. Ci sono industriali, e militari; giornalisti, e ministri di culto; politici, tanti, più di centrosinistra che di centrodestra, sembrerebbe. Salutiamo qualche Ministro, il Presidente della nostra regione, un paio di parlamentari, mezza Farnesina, il Presidente dell’azienda che più di tutte è titolata ad essere tra quelle già contattate e promissarie di supporto a ItaliaUSA; a tutti diamo i nostri nuovi biglietti da visita, dei quali andiamo orgogliosissimi. Approcciamo, tramite il suo vice, quello che sarà il nuovo Ambasciatore italiano in America: come gli altri, si dice molto interessato all’iniziativa, e ci chiede di tenerlo aggiornato. Sappiamo bene che con tutti sono due le issues che funzionano: il nostro Presidente, che non smettiamo di citare e che sembra conoscere tutti e mille i partecipanti alla festa, e l’idea alla base della Fondazione, che è comune a tutti coloro che sono lì. Si mangiucchia qualcosa, ma sono talmente tante le persone da contattare che non si fa in tempo a fare altro che rendere omaggio al piatto tipico americano, uno squisito hamburger, con senape e ketchup come da tradizione. Ma ci sono insalate di patate, bevande tipicamente americane dal colore … tipicamente americano, hot dogs, gelati della più famosa marca americana del settore, ghiaccio a volontà (come stupirsi …), nachos e tante altre buone cose. Siamo circondati da bandiere, coccarde, stendardi con i colori degli USA: non riusciamo ad abituarci, e ad ogni angolo è un tuffo al cuore. Salutiamo l’amico che ha “benedetto” l’atto notarile con la sua presenza, destinato ad essere il rappresentante americano nell’organo para-assembleare della Fondazione; ci stupiamo dell’assenza di alcuni che pensavamo di trovare lì, per quanto la certezza che non ci fossero la avremo solo dalle cronache del giorno dopo, perché c’è davvero tanta gente. Poi, la folla si divide in due ali: in mezzo, ecco arrivare i marines con la stars and stripes. Siamo emozionati come bambini. Spegniamo il cellulare, anche se la suoneria con l’inno non stonerebbe: ma non vogliamo disturbare. Ecco che, presentato l’omaggio alla bandiera, l’orchestra parte con l’inno, lo star spangled banner. Proviamo brividi di gioia, e a stento tratteniamo le lacrime, e non ci vergogniamo affatto di ciò. Cantiamo mentalmente tutte le prime strofe, compiacendoci di ricordarle: e ci sentiamo davvero negli USA, ci sentiamo americani per un attimo, ci sentiamo felici e orgogliosi e grati e innamorati di un’idea, un simbolo, una terra, una cultura che aneliamo conoscere e difendere con tutte le nostre forze. L’inno termina, e noi siamo probabilmente a mezzo metro da terra. Ci ricomponiamo, e smettiamo di tremare. L’emozione cala un po’, la folla si accalca verso il podio dal quale parlerà l’Ambasciatore, ed ecco il suo discorso: onesto, emozionato (è l’ultimo 4 luglio che passa a Roma), asciutto. Un applauso scrosciante scandisce le parole destinate al ricordo dei caduti per la libertà, e tornano le lacrime a noi e a lui. Poi il saluto della Sig.ra Betty, anche lei emozionata, tutt’altro che una semplice first lady di appoggio. L’orchestra inizia a suonare musica swing e jazz americana, si ritorna a salutare e ad intrattenersi con i tanti che si conoscono e quelli che si incontrano per la prima volta. Si celebra il 4 luglio, con persone di tutti i tipi. Si chiacchiera, ci si scambiano coordinate e ci si promettono appuntamenti forieri di buone cose. Si ascolta la musica, si approfitta degli odori tipici della cucina americana, ci si inebria del clima a stelle e strisce che ci circonda e ci mantiene di un gran bell’umore. La sera cala, ma non vorremmo andare via. Vorremo respirare ancora un po’ di aria statunitense; vorremmo bearci ancora delle 13 strisce e delle 50 stelle che appaiono ovunque ci si giri; vorremmo smetterla di dire grazie all’Ambasciatore che ci saluta quando stiamo andando via ma non riusciamo a farlo, e gli rubiamo ancora qualche secondo raccontandogli che sì, caro Mel, ma come faccio a smettere di ringraziarti se tu rappresenti coloro senza i quali io non sarei mai nato? L’Ambasciatore ci guarda; noi non siamo nessuno, non ci ha mai visto e mai ci rivedrà: ma ci sorride, e ci dice grazie, lui a noi, e ci saluta con tanta di quella cordialità che non sappiamo come dirgli addio, ma facciamo in tempo a dirgli che lui non sa chi siano, ma noi gli portiamo saluti e ringraziamenti anche di un gruppo di bloggers che scrivono insieme a noi su un posto chiamato I love America. Ancora un sorriso, e quel sorriso è tutto per voi, amici che scrivete su I love America e amici che lo leggete condividendone il magnifico nome.

 

 

 

Poi siamo fuori. Non fa caldissimo, ma si sta bene. Ci dirigiamo alla macchina, ci slacciamo la cravatta, mano nella mano con chi condivide con noi la vita, e la passione per gli Stati Uniti. Ripercorriamo mentalmente la giornata: che giornata! Siamo stanchi, ma felici. Orgogliosi, e innamorati. Consci del tantissimo lavoro da fare, ma sinceramente grati per avere avuto il privilegio di partecipare alla celebrazione della festa di compleanno del Paese più bello, libero e magnifico che c’è.

 

 

 

Guidiamo fino a casa, ascoltando Frank Sinatra. E nel letto, fatichiamo a prendere sonno, tanta ancora è l’adrenalina che abbiamo in corpo. Ma basta pensare alle strade di New York, al profumo di Central Park, al tramonto visto da Battery Park, alle luci di Times Square, dove saremo tra poco, per addormentarci felici e sognare che tutti i giorni siano come questo 4 luglio 2005.

 

 

 

Grazie America, sempre nel mio cuore.

 

Umberto Mucci

Fondazione ItaliaUSA

 

posted by IloveAmerica | 15:18 | commenti



lunedì, luglio 04, 2005
 

4 luglio 1776: Quando invecchiammo tutti di cent'anni

Giorgio III si svegliò nel grigio mattino di Londra, ignaro di essere stato scavalcato. La bella e anomala Inghilterra, col suo Parlamento, la borghesia satolla e raffinata, il dottor Johnson, l'intelligenza e i mezzi per lanciarsi nella Rivoluzione Industriale, poltriva soddisfatta. Al di là dell'oceano Atlantico, quei ribelli che avevano gettato le casse di tè imposte dalla madrepatria nel porto di Boston avevano deciso di recidere ogni legame con l'Inghilterra madre e matrigna. Mentre il  re veniva accusato come un uomo qualunque, la ricerca della felicità diventava centrale per un individuo nuovo che non avrebbe accettato le ingiustizie di un governo non rappresentativo. il sogno della New Jerusalem dei Pilgrim Fathers stava diventando una realtà. E noi invecchiammo tutti di cent'anni.

God bless America.

Daisy Miller

posted by IloveAmerica | 15:44 | commenti



domenica, luglio 03, 2005
 

FOURTH OF JULY: ITALIAUSA E' NATA

Dare l'annuncio della nascita della Fondazione ITALIAUSA  e' fonte di grande gioia. ItaliaUsa e' una fondazione bipartisan costituita da amici dell'America di ogni orientamento politico democratico. Aperta a tutti quindi, non importa se filo democatici o filo repubblicani. Cio' che conta e' il fatto di essere accomunati dalla volonta' di esprimere la propria amicizia agli Stati Uniti e al suo popolo.

Esistono molte associazioni, gruppi e istituzioni che legano i due Paesi. Ma finora non era mai sorta un'istituzione, un centro, un canale che non avesse una qualche specializzazione settoriale, economica, commerciale, scientifica o culturale. La nuova Fondazione vuole essere appunto questo.

Un centro di raccolta e di irradiazione delle relazioni tra Italia e Stati Uniti con l'obiettivo di conoscere e far conoscere, di comprendere e far comprendere, e di generare interrelazioni non solo tra élite specialistiche ma anche con strumenti di massa tra quanti in qualche modo ritengono necessario rafforzare i legami di amicizia. La scommessa vale la pena. Se per sessant'anni il flusso di persone, di beni e di idee nelle due direzioni ha arricchito sia l'Italia che gli Stati Uniti, è assai probabile che anche il nuovo secolo, oltre quello che ci siamo lasciati alle spalle, sarà in qualche modo "americano". Nel senso che gli Stati Uniti seguiteranno a irradiare la loro energia vitale per la modernità come hanno fatto finora. I promotori della Fondazione Italia-Usa si propongono perciò di cogliere e rafforzare tale flusso ponendosi al crocevia dei rapporti tra Italia e Stati Uniti. [ Massimo Teodori ]

Fourth of July ITALIAUSA e' nata

posted by IloveAmerica | 18:05 | commenti