|
venerdì, aprile 29, 2005 RIUNITA A SANTIAGO LA COMUNITA' DELLE DEMOCRAZIE venerdì, aprile 22, 2005 LA SPAGNA NON E' LAS VEGAS Il caso della nuova legge “progressista” emanata e promulgata dal governo Zapatero in Spagna illumina il dibattito su laicismo versus religione, in atto da qualche giorno su questi bit. Dov’è l’errore di Zapatero? Pensare che
…Molto poco liberalmente, e molto poco modernamente... Allora se si diffondesse l'amore per le elefantesse, si legalizzerà anche il matrimonio tra uomini ed elefanti?
Il punto centrale è dunque questo: Il laicismo nasce dall'abbattimento dell'Ethos sociale, laico o religioso che fosse, nel senso che se ne impadronisce in toto, costituzionalizzando e riconducendo a norma ogni comportamento. Siamo dalle parti della dittatura soft. Dal “crescetevi e moltiplicatevi” al “Vi faccio crescere e moltiplicare io”, con firma: il Presidente. Questi temi non possono essere demandati alla storica e vetusta opposizione Stato-Chiesa senza che nel contempo non ci sia una riflessione etica nel corpo sociale, nel tessuto nazionale, nelle culture politiche. Tutto ciò sembra impossibile da noi. Così ci si dimentica, ad esempio, delle conseguenze del divorzio-express… ADDENDA: giovedì, aprile 21, 2005 LU' VUO' FA' L'AMMERICANO Ha avuto un certo risalto l'avventura di Bernard Henri Levy, a spasso per gli Stati Uniti alla maniera di Alexis de Tocqueville. Henry Levi ha sicuramente una statura che non può essere comprensibilemente descritta da chi ha grosso modo un terzo dei suoi anni - come chi scrive; ma se non lo conoscete, vi basti incrociare Platini (nella sua versione dirigente FIFA), Cacciari (nella sua versione "Ma cosa sta dicendo!") e Abbatantuono (nell'unica versione che conta, quella del trash anni '80). Ecco. È il più famoso filosofo francese. La comunità dei blog italiani, quella che conta per intenderci, non vi ha poi speso tante parole: se voleste una prima descrizione di cosa BHL ha fatto e ha detto in quel di America, date però un'occhiata a Spirit of America, di un blogger che in USA ci vive da un po': Ha voluto vedere tutto e visitare ogni stato. E' entrato nei bordelli di Las Vegas, nelle prigioni di New York e nelle mega-chiese del Midwest. Ha dormito in motel e mangiato fast food. E ora che il suo 'anno americano' e' finito, il filosofo francese Bernard-Henri Levy lo racconta con l'entusiasmo di un Jack Kerouac reduce da un vagabondaggio 'on the road' e le perplessita' di un europeo incerto sulla risposta a una domanda chiave: l'America e' ancora il futuro dell'Europa? [leggi tutto] BHL tratta di tutto quello che potrebbe trattare uno che abbia la lista degli stereotipi europei sull'America, e volesse metterla alla prova: la religione commercializzata, l'ignoranza dell'americano medio, la destra religiosa, il pragmatismo e la libertà in politica, il melting pot e gli avvocati, tutto assieme. Ne ricava, sembra un quadro variegato: Insomma BHL è un po’ terzista nella sua lettura dell’America. Un po’ ingenuo quando si stupisce per l’immensità claustrofobica dei centri commerciali del Minnesota o per l’esposizione patriottica delle bandiere in Rhode Island. Un po' banale quando spiega che Bush ha vissuto un’infanzia da “bambino umiliato” e rivela che Condoleezza Rice è “molto bella” e anche “sexy”. Il suo ritratto è da cartolina già letta quando visita le supermoderne chiese evangeliche o le comunità ottocentesche degli Amish. E’ politicamente corretto quando ricorda la tragedia degli indiani d’America e si intenerisce per il sogno di Barack Obama, il giovane senatore nero dell’Illinois. Ma BHL sa essere imprevedibile, sicché ha raccontato l’incontro con un glorioso leader pellerossa oggi militante bushiano e ha dato la parola a un esponente della comunità araba che gli ha svelato come il suo ideale modello di integrazione sia proprio quello degli ebrei americani. [leggi la pagina del Foglio, devi però essere loggato!] Il brano precedente è di Christian Rocca (al limite lo potete leggere anche qui). Sotto al suo, un articolo di Enrico Rufi vi spiega il tipo Levy. Give Tocqueville a chance
Ci è voluto il nostro Enzo (1972), con la sua eccellente rassegna a riprendere le fila di una situzione che solo ieri sembrava incandescente: ma TocqueVille resta la città aperta del web, e ha fatto bene JimMomo a ricordarcelo. Splendido Windrosehotel con la sua solita curiosità e la totale assenza di presunzione che lo contraddistingue. Corposissimo il post di Paolo di Lautréamont .Mi piace inoltre citare Pinocchio: Per quanto mi concerne il liberalismo si basa sull'applicazione concreta di tre principi, proprietà, libertà e responsabilità e su questo credo che concordiamo tutti noi blogger liberali, cattolici e no. Per cui, amici laici, abbiate solo un po' di pazienza, non solo verso Benedetto XVI, che ha appena iniziato il suo pontificato, ma anche verso i blogger cattolici, che nella loro dimensione privata tentano di negoziare i naturali conflitti tra persona e autorità, tra la dimensione razionale e quella intuitiva della fede. Il 19 ero tra la folla impazzita che correva verso il Vaticano; sono arrivata non appena il nuovo Papa si è ritirato e non sono riuscita ad andare oltre il colonnato. Ma da lì il cielo del crepuscolo era di un chiarore meraviglioso, quasi come i marmi di piazza San Pietro. Sono stata col naso all’insù a immaginare tutto ciò anche esiste oltre me, la mia razionalità che per quanto lucida e solerte non può bastarmi e non mi basterà mai. Che dire? Un Habemus ha gettato tutti in un timore reverenziale, e ha rassicurato molti con la continuazione di un ministero: forse anche Marco Pannella, nuovo, sublime Savonarola, che dall’altro versante ci ha deliziati col suo laicissimo dies Irae. Daisy Miller domenica, aprile 17, 2005 Di vivisezioni e riesumazioni improprie Concordiamo con Paolo di Lautéamont, perfido fustigatore della scorsa puntata dell'Infedele di Gad Lerner. Qui non solo Berlusconi è stato vivisezionato, ma come ho avuto modo di notare, Indro Montanelli è stato tirato per i piedi e spacciato come "prodiano ante-litteram", mentre ricordo benissimo che aveva sconsigliato a Berlusconi di scendere in campo perché lo avrebbero fatto a pezzi, e che il resto delle polemiche contro Berlusconi fu tutto improntato sulla questione personale relativa al Giornale. Montanelli, uomo che non ha mai rinnegato il suo atlantismo tenace, l'ammirazione per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, è stato un liberale vero fino all'ultimo, fino all'ultima delle sue Stanze, e arruolarlo in una sinistra che ancora non sa fare i conti col proprio passato comunista è quanto meno improrio. Ma si consoli Paolo di Lautréamont, saranno dei Chaltron Heston, ma non vedo proprio nessun Cecil B. De Mille all'orizzonte. Daisy Miller martedì, aprile 12, 2005 UNA QUESTIONE LINGUISTICA (E NON SOLO) A me il Merriam -Webster sembra chiarissimo: 1lib·er·al
Pronunciation: 'li-b(&-)r&l
E quindi accolgo la proposta di Joel Engel: riportiamo la parola liberal al significato originario. C’è davvero da chiedersi se la sinistra ripiegata su se stessa, autolesionista e portata a flirtare con individui della risma di Ho Chi Min, Arafat e Fidel Castro meriti di essere definita generous e broad-minded. Forse qualcuno di loro è stato munificent con la “resistenza”(leggi: masnada di tagliagole) irachena. Con buona pace di Patti Smith, così liberal da inneggiare a chi ha fatto fuori non pochi dei suoi connazionali (con estrema openhandedness, c’è da dirlo), io People Have The Power preferisco cantarla agli iracheni che non si arrendono alla violenza, al cubano sofferente nella sua isola trasformata in immondezzaio.
Daisy Miller
sabato, aprile 09, 2005 TU ES PETRUS
Sono stata tra quelli che si aggiravano per piazza San Pietro a poche ore dalla morte del Papa, nel buio, tra lo smarrimento di sapere la sede “vacante”, mentre le finestre spalancate degli appartamenti papali splendevano di una luce fredda. Ho pensato al dolore di chi ha amorevolmente assistito il Papa negli ultimi anni, alla solitudine del camerlengo che come da rito sigilla gli appartamenti papali, spezza il sigillo e con esso sembra spezzare la Chiesa stessa, che in un momento sembra perduta, tutte le cariche dei porporati decadute. “ So cose de n’artro secolo: signorì, se vada a vedè quello novo, de Papa” mi ha detto un commerciante di Borgo quando ho dovuto rinunciare all’impresa di vedere la salma del Santo Padre, uscendo per una vie laterali. Pensavo che vederlo morto potesse turbarmi, o forse mi sarebbe parso trasfigurato come un santo. Tutto questo è rimasto a livello di congettura. Ai funerali, forse il Papa ha compiuto l’ultima delle sue imprese straordinarie. I potenti della terra si sono riuniti a Roma solo per lui. Chiudo un occhio persino sulle esternazioni di Khatami e sui veri motivi della presenza dell’inatteso, e certo non molto desiderato Mugabe. Tre presidenti americani, come ha sottolineato Vittorio Emanuele Parsi su Avvenire, erano lì, inchinati davanti al feretro di cipresso a piazza San Pietro. Lo hanno fatto perché la sua pedagogia è stata l’unica veramente universale, priva di colore politico, ed aveva come unico fine la dignità della persona umana. Banale, ha detto qualcuno; ma un Papa non può dire cose nuove, deve riaffermare quanto è stato detto da chi ha compiuto il tempo, Gesù Cristo. Lo hanno chiamato circo mediatico, funerale globale, e la straordinaria affluenza dei pellegrini è stata dipinta come fenomeno sociologico profano; ma quella che ha avuto luogo è stata l’elevazione da parte della Chiesa del suo Pontefice al Padre; è stata l’evidenza di un mistero di amori individuali, di rapporti personali con questo Papa che proprio non meritano di essere sbeffeggiati come frutto di una manipolazione. Mi chiedo quante titubanze abbia dovuto superare questo Pietro, quante volte, come è scritto nel Vangelo di Giovanni, Cristo gli abbia ripetuto la domanda “mi ami?”, e rispondendo di sì, quante volte avrà sentito il peso, il pericolo del tradimento, della limitatezza della natura umana? Quante volte avrà temuto un amore tiepido, che potesse far vacillare la croce che portava? Eppure la croce l’ha sostenuta, anche nei momenti in cui la sua intelligenza ancora integra soffriva per il deperimento fisico. Sapeva che sarebbe stato preso e portato dove non voleva, come Gesù profetizzò a Pietro, e che con la sofferenza, anche se apparentemente muta, avrebbe comunque testimoniato. Chi si è scandalizzato di fronte alla sofferenza che ha caratterizzato gli ultimi anni di vita del Papa, forse ha dimenticato che il buon pastore dà la vita per le proprie pecore, e che in essa l’amore di Cristo rivive, nella sua costanza tenace, nel dono di sé che non ammette calcoli e riserve. Insieme al dono gratuito della fede io ho avuto testimonianza, anche quando non capivo, anche se forse ancora adesso non sono in grado di capire tutto. Per me, e per tutti, Karol Wojtyla è stato Pietro: amico, fratello e padre. A chi ci accusa di idolatria, io ricordo che Pietro stesso, nella sua finitezza, ha compiuto un atroce tradimento di Cristo. Ma Pietro Cristo l’aveva riconosciuto, e così si è compiuto, e si compirà ancora, il miracolo dell’elezione dell’ultimo, della pietra scartata diventata testata d’angolo, la roccia della Chiesa su cui “le porte degli inferi non prevarranno” (Matteo, 16, 18).
Daisy Miller sabato, aprile 02, 2005 SEGNALAZIONE
Molto bella la newsletter/giornale telematico dei Radicali italiani. Consigliato a tutti, radicali e non. Paolo |