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venerdì, aprile 30, 2004 Paolo giovedì, aprile 29, 2004 ALHURRA E RADIO SAWA FUNZIONANO ! Alhurra, la televisione lanciata dagli USA per contrastare il monopolio delle televisioni arabe antiamericane, funziona. I risultati dopo solo sei settimane dall'inizio trasmisisoni sono sensazionali, considerando che ci si aspettava prevenzione e l'ostilità. Non solo coloro che hanno guardato il nuovo canale, nelle maggiori città mediorientali, sono passati dal 29 al 40 per cento, ma soprattutto inaspettati sono stati i giudizi sulla attendibilità e credibilità delle notizie. Hanno giudicato le news very o somewhat reliable ben il 70 % dei sauditi, il 54 % degli ascoltatori in Libano, il 40 % in Egitto, il 44 % in Giordania, il 61 % in Kuwait, il 65 % degli Emirati Arabi e il 37 % in Siria. Radio Sawa, analoga emittente ma solo radiofonica, ha invece risultati strepitosi. Viene ascoltata ogni settimana, assiduamente, da ben il 73 % dei Marocchini, così come da percentuali che variano dal 27 al 42 per cento degli altri paesi, confermandosi la prima radio del medioriente. In questo caso i giudizi sulla attendibilità delle notizie sono ancora migliori. In media la fiducia è accordata dall'80 % degli ascoltatori (88 % Egitto, 70 % Giordania, 77 % Qatar, 84 % EAU, 83 % Kuwait, 77 % Marocco). I risultati del sondaggio sono pubblicati sul Persian Journal. Paolo SCENARI DI UN CONFLITTO MONDIALE Sul sito del Censur, curato da Massimo Introvigne, segnalo la pagina dedicata agli interventi sul fondamentalismo islamico e a la guerra al terrorismo. Gli ultimi due articoli sono di ieri e di oggi. Paolo ALMINBAR
Effettivamente uno sguardo su Alminbar vale la pena darlo. Non si tratta di un piccolo sito di qualche infima minoranza, ma di un punto di riferimento per la predicazione in tutto il mondo, finanziata dallo Stato saudita. - The Essentials for a Happy Marriage (Moschea della Medina). Imperdibile:
E che stiano attente, le donne, a non studiare troppo, che altrimenti restano zittelle (e cosa vale un titolo di studio se si rimane zittelle?):
- In una serie di sermoni dedicati alla Palestina i predicatori rispondono a domande del tipo: Why do we hate the Jews ; Our enmity towards the Jews is an ideological and not political. Infatti la questione politica della palestina non è importante al confronto del fatto che gli Ebrei : The Jews are those who murdered and slandered Prophets. Annessa tipica letteratura nazista sul Talmud. - Good conduct.(Moschea della Medina) Basta una citazione :
Esortazione che echeggia in questo ulteriore Sermone, già nel sommario : Mercy towards Muslims, and harshness against disbelievers. - Maghi. Siamo ai livelli del Malleus Maleficarum:
Ha ragione Berman. La guerra al fondamentalismo è una guerra antifascista. Altro che relativismo culturale. Ci si preoccupi che le nostre Moschee e le scuole islamiche europee non solo sia esenti da questa versione dell'Islam, cosa insufficiente, ma bensì che chi insegna la critichi e la avversi esplicitamente e con forza. Non si abbandoni l'Irak e gli altri paesi al monopolio culturale di questo o di altro fondamentalismo. Paolo LE PREOCCUPAZIONI DI RORTY Roberto, su Windrosehotel, ci presenta un interessantissimo intervento del filosofo americano Richard Rorty. Non mi pronuncio su Rorty filosofo, anche se, lo ammetto, non ha le mie simpatie (ma non si tratta di un giudizio avveduto, ho letto solo cose "su di lui". Di lui, invece, lessi solo nel lontano '86, La priorità della democrazia sulla filosofia, nella raccolta di saggi curata da Vattimo per Laterza, e non mi piacque).
Premesso questo è chiaro che l'essenza del messaggio di Rorty è la preoccupazione che le misure controterroristiche possano portare al deteriorarsi di quelle conquiste sociali e civili che fanno della nostra società una società libera. Preoccupazione giustissima e condivisibile. Però il discorso fa acqua, a mio parere, da almeno tre punti di vista, di cui gli ultimi due più importanti del primo. 1) La prima considerazione è che "i rimedi" che propone mi paiono inefficaci. Cio' non toglie che sia legittimo perseguirli, persino indipendentemente dall'accrescersi della potenzialità offensiva del terrorismo. La precauzione contro la cultura del segreto di stato e l'adeguamento della cosiddetta "legge di guerra" sono auspicabili in sé stessi, anche se avrei da ridire riguardo alle limitazioni della possibilità di intervento militare all'estero e di interferenza negli affari di Stato fuori dalla propria sovranità, in certi casi secondo me indispensabili. Tuttavia non ritengo la questione importante quanto quella che rilevo nel secondo punto
2) La seconda considerazione è che Rorty sottovaluta, anzi non vede proprio, un altro problema che invece sarà la minaccia principale a quelle libertà civili di cui si preoccupa. Anzi, è proprio la cura verso queste libertà a ritorcersi contro il suo argomentare. Va chiarto questo, pena il rischio di credere di aver a che fare con argomenti anti-islamici o xenofobi. La questione sfugge a considerazioni meramente filosofiche e investe una tematica sociale importante.
Le condizioni che, prima di tutte le altre, favoriscono uno stato di polizia e di controllo dei cittadini che limita la libertà, sono quelle che vengono esattamente a crearsi in una società dove gli elementi di ciascuna cultura vivono separati in una situazione di frantumazione culturale: propria lingua, che viene talvolta richiesta come lingua ufficiale accanto a quella storica del luogo di immigrazione, proprie scuole, propri riferimenti normativi (ora teonomici, ora basati sull'umanesimo ateo, ora sul personalismo cristiano). Spesso, e ancor peggio, la separazione diviene fisica, sia spontaneamente, con la formazione di enclave e di quartieri abbandonati ai nuovi venuti, sia secondo un progetto preciso (programmi di città e villaggi musulmani sovvenzionati dall'Arabia Saudita, come è stato già proposto). Ogni cultura di questo puzzle coltiva e mantiene una propria identità e codice etico, e tutti gli uomini di queste culture sono accumunati esclusivamente dal fatto di essere, per il sistema tenico-produttivo, al contempo fattori della produzione e consumatori, ossia i suoi due elementi essenziali. Per il sistema l'unica cosa che conta è che gli uomini da un lato producano e dall'altra consumino, ed è quindi indifferente ad ogni altra qualità dei gruppi umani che partecipano al meccanismo. In questa situazione il multi-culturalismo diviene convivenza di fondamentalismi, e venendo a mancare comuni strumenti di controllo sociale (chiesa, scuola e anche ambiente, in quanto ognuno ha creato il proprio ambiente e vive in una microsocietà separata in cui persino la stigmatizzazione sociale varia da gruppo a gruppo), l'unico, esclusivo metodo di controllo rimane quello dello stato di polizia, della sorveglianza precauzionale tramite ogni strumento tecnologico disponibile. E' l'avverarsi dell'incubo orwelliano. Occorre però fare attenzione. Esistono concezioni ideologiche inaccettabili che propongono di ovviare al problema in modi altrettanto inaccettabili:
E' chiaro che da questo punto di vista l'unica soluzione è quella di non limitare il controllo dell'immigrazione alle esigenze del fattore produttivo, ma estenderlo in modo da promuovere la capacità di integrare i nuovi arrivati anche dal punto di vista sociale e culturale. Siamo infatti testimoni di un esperimento che consiste nel (voler) far convivere pacificamente culture profondamente diverse e che non ha nulla a che vedere con il melting-pot americano (del passato) e che che quindi è un fenomeno nuovo. Non se ne discute e non se ne è discusso abbastanza. Per questo è necessario che sia assicurato che le diverse culture si adattino assumendo una forma che implichi la convivenza pacifica e un comune denominatore ideale (è inaccettabile che l'81 per cento dei musulmani di Denver desiderino la sharia, cioè un ordinamento giuridico teonomico, per gli stati musulmani, in quanto ciò, unito al dovere di diffondere la propria religione, è profondamente conflittuale con ogni altra cultura, non solo quella occidentale storica, ma anche degli altri immigrati). I modelli di trasformazione della cultura islamica non sono affatto pronti teoreticamente, e soprattutto appare totalmente mancante ogni strategia per poterli affermare nelle nuove generazioni di musulmani occidentali. Il loro studio e la loro produzione deve essere prioritaria, anche a costo di rallentare, e rendere più graduale, l'immigrazione da certi paesi a vantaggio di altri (basta pensare a tutto il sud-america che non può immigrare clandestinamente). Il che non è un rifiuto dell'immigrazione o della cultura diversa in sé, ma è garanzia di una convivenza non problematica, perché nell'unione del diverso, o la diversità si mantiene in una unità spontaneamente (grazie ad una certà identità, pur nella differenza), oppure per stare insieme richiede la forza: lo stato di polizia e la menomazione delle libertà civili di cui parlavamo all'inizio. Tertium non datur.
3) Terzo e ultimo punto. Il discorso di Rorty è privo di attenzione verso la natura di ciò che ci sta minacciando. I recentissimi sviluppi dovrebbero aver chiarito che, al di là dell'amore per la morte (per usare le loro stesse parole), il terrorismo è tutto fuorché privo di strategia, e i suoi morti sono tutto fuorché privi di logica. Non siamo di fronte all'uomo malato più di tutti gli altri di cui raccontava Svevo. La strategia terroristica è invece di usare e misurare la morte per obiettivi molto concreti. Appurati i risultati raccolti con le bombe di Madrid, la vicenda degli ostaggi italiani è emblematica. Prima è stata usata la violenza. Viste le reazioni italiane al comportamento di Quattrocchi, che rischiavano di rafforzare la linea dura, il video successivo ha mostrato gli ostaggi a cena e spostato la questione cercando di far leva sull'antiberlusconismo e per l'obiettivo finale di dividere Europa e Stati Uniti.
Ecco allora la domanda fondamentale. Il terrorismo islamico (che è un fronte ideologicamente ben compatto , come è chiarito da Berman), cosa desidera che accada in Europa, a lungo termine ? Ciò che desidera il radicalismo è lampante. Vuole l'immigrazione massiccia (come strumento di espansione ma anche come arma) ma, ancor più importante, desidera che essa avvenga senza integrazione. E' il radicalismo islamico che sovvenziona a suon di petroldollari scuole coraniche e moschee in occidente. E' questo radicalismo che ha sottoposto alle nostre amministrazione progetti urbanistici di cittadelle islamiche, in modo che sia il controllo del territorio, sia quello degli strumenti di controllo sociale delle nuove enclave, sia mantenuto dall'oligarchia teocratica che lavora per mantenere vivo l'Islam fondamentalista e propagarlo ai nuovi musulmani europei.
La logica dell'annientamento reciproco vale anche per loro come per i sovietici. L'atomica sulla metropoli europea o americana significa, come minimo, la fine della presenza musulmana in occidente, senza escludere la vaporizzazione della Mecca (soprattutto se colpiti sono gli USA). La violenza terroristica della quarta guerra mondiale sarà continua, spietata, ma calcolata. E sta usando come strumento quel pacifismo e quell'antiamericanismo che la miopia di buona parte della sinistra, stragrande parte della sinistra, credeva di utilizzare per i suoi fini elettorali a brevissimo termine. Chiarire che all'estrema forza seguirà estrema forza, era indispensabile e gli USA, in mezzo a tutte le difficoltà, hanno avuto il coraggio e il merito di farlo. Altrettanto lo è stato far comprendere il destino di quei governi che sono compiacenti o collaborano con il terrorismo. Ora occorre colpire l'ultimo obiettivo del radicalismo islamico, affrontando, come detto poco sopra, la questione di come costruire e misurare quel multiculturalismo che abbia una base di ideali di libertà comuni.
Paolo
mercoledì, aprile 28, 2004 CLONAZIONE E ABORTO IN USA Per la prima volta si è aperto il servizio di clonazione per i propri animali domestici. In USA la Genetic Savings&Clone Inc. consegnerà il prossimo autunno/inverno i primi gattini fotocopia. Per ora il costo si aggira sui 50,000 USD. Paolo NON SERVE, MA E' IMPORTANTE Non linko spesso Enzo, perché per me è scontato che chiunque legga iloveamerica legga anche 1972. Però alcune notizie è indispensabile sottolinearle: Saddam's WMD have been found e Iraqi weapons in Syria. Ringrazio chiunque voglia aiutare a preparare traduzioni in italiano. Paolo [GUERRA GLOBALE] TAILANDIA Nel Sud della Tailandia gruppi organizzati di terroristi islamici hanno coordinato attacchi simultanei a ben 15 stazioni di polizia locale. Nella notte scorsa circa 50 edifici governativi sono stati dati alle fiamme. Fonti governative riportano un centinaio di morti fra i rivoltosi. Non ancora dichiarate le perdite fra polizia e militari. Il sud della Tailandia ha una maggioranza musulmana e gli eventi dimostrano come l'ideologia fondamentalista che si propone l'obiettivo di costituire stati islamici non si limita affatto alla lotta contro il declamato "imperialismo" dell'occidente, bensì consiste esattamente in una guerra per l'instaurazione del fondamentalismo teocratico ovunque vivano musulmani. Interessante quanto riportato dall'agenzia cinese China View, che testimonia la strategia asiatica di non volere rendere nota l'identità religiosa degli attaccanti:
Rimane però il dubbio se questa sia una strategia per non fare utilizzare i media ai terroristi, o dipenda da un diverso fenomeno molto inquietante, come riportato da Jihad watch:
Si segnala Jihad watch come ottima fonte per seguire l'attività del terrorismo fondamentalista. Paolo martedì, aprile 27, 2004 REGIA Segnalo il pezzo di Silvia Grilli, su Panorama, uscito oggi: TV arabe, megafono d'odio. Paolo SONO SEMPRE GLI STESSI Random Bits scriveva ieri: Brigate Verdi e Al Qaeda:stessa strategia. Esatto, ma le comunanze non si fermano affatto alla strategia. Il nome corretto con cui i rapitori si sono presentati nel video è inequivoco: Falangi Verdi di Maometto. E' utile allora ricordare quanto avevo riportato nella recensione di Terrore e liberalismo:
I terroristi stessi non vogliono nascondere la loro unica matrice e il fatto di essere una unica e compatta realtà. Inutile dire quanto sia evidente la falsità di quanto diceva il ministro degli esteri di Zapatero, Miguel Angel Moratinos, che aveva l'impudenza di parlare di un terrorismo diverso (si veda ad es. Rolli e 1972). Paolo lunedì, aprile 26, 2004 MAHMOUD A-ZAHAR Mahmoud A-Zahar è il nuovo leader di Hamas. RaiNews lo presenta così:
In attesa di agiografie sulla stampa italiana, segnalo una esplicativa intervista del 2003 con Mahmoud-Zahar: Paolo domenica, aprile 25, 2004 E IL PAPA ? E il Papa?
Paolo UN BLOG DALL'ARABIA SAUDITA Un saudita scrive un blog. Ho letto solo il primo post ed è interessante. Farò poi una lettura più completa (sembra che riguardi principalmente le gesta della Polizia religiosa!).
Paolo
Liberation Day
25 APRILE AL CIMITERO INGLESE DI BELLIZZI (SA): CON I RADICALI CI SARANNO FORZA ITALIA E IL PARTITO REPUBBLICANO. L’ UDC HA ADERITO FORMALMENTE ALL’ INIZIATIVA. sabato, aprile 24, 2004 SUDAN (e segnalazione del libro di Giancarlo Giojelli) Approfitto del post di 1972 per riportare dei brani di Giancarlo Giojelli sul Sudan, tratti dal suo nuovo libro, La quarta guerra mondiale, edizioni Piemme. La guerra nel Sud del Sudan dura da oltre mezzo secolo. Due milioni di morti negli ultimi venti anni. Sei milioni di uomini, donne e bambini che hanno dovuto abbandonare le loro case e vagano nella foresta, in un territorio grande tre volte l'Italia. La guerra inizia nel 1955, quando viene proclamata l'indipendenza del Sudan. Nel Sud cristiano e animista nasce l'SPLA, il Sudan People Liberation Army, che si ribella al governo che vuole imporre la sharia, la legge coranica. Il Sudan è l'unico paese al mondo dove c'è stato un colpo di stato per impedire che fossero attenuati i rigori del fondamentalismo islamico. E' accaduto nel 1989. Fuori legge persino i partiti musulmani moderati. Al Nord, nelle zone controllate dal governo di Khartoum, è proibito ai cristiani di predicare ai musulmani. La Chiesa è considerata una organizzazione non governativa. Nella carta dei diritti dell'uomo la parola "persona" è tradotta con "musulmano", gli altri non hanno dignità. Bin Laden è stato di casa qui fino al 1996, quando è stato invitato ad allontanarsi dal governo che temeva le reazioni americane e voleva avere mano libera nell'attaccare il Sud. Le cose sono peggiorate dopo la scoperta del petrolio nelle province meridionali. Il governo arabo ha cercato di controllare a tutti i costi i territori meridionali e per questo ha tentato di "ripulirli" dallle popolazioni cristiane. Ho viaggiato per tre settiname nell'inferno del Sud Sudan con i missionari comboniani. Uno di loro, monsignor Cesare Mazzolari, è vescovo di Rumbek, la sua cattedrale è stata ricostruita da poco, delle altre chiese restano in piedi solo i muri, la croce sulla facciata e i tabernacoli trafitti dai proiettili. Tra le macerie giocano bambini completamente nudi. Tutti gli edifici in pietra sono stati bombardati: rasa al suolo la stazione televisiva, il complesso di scuole che era il più grande dell'Africa centrale ridotto a un ammasso di macerie. Hanno cercato di costringerci ad accettare l'Islam, l'arabismo, a essere governati da una legge islamica. Nessuno qui può accettare di essere governato da un regime islamico. Siamo sudanesi, abbiamo la nostra tradizione, il nostro modo di vivere, i nostri valori. Qui la gente è cristiana o crede nelle religioni tradizionali africane. Vogliamo vivere liberamente. Come possiamo essere uniti con chi ha distrutto le nostre città, le nostre case, ha ucciso i genitori di questi bambini? Come possiamo pensare che siano nostri fratelli? .... Davanti a un pozzo interrato un giovane racconta come ha visto morire parenti e amici: Due uomini fuggiti dai villaggi del Nord ci raccontano come hanno visto rapire i bambini. Monsignor Cesare Mazzolari, proprio come Daniele Comboni, è vescovo tra le tribù Dinka, gli uomini e le donne altissimi e dal colore del bronzo di cui parla il profeta Isaia, nella Bibbia. [Brani estratti dal lungo resoconto e testimonianze sul Sudan, contenute in La quarta guerra mondiale, di Giancarlo Giojelli, edizioni Piemme] Invito a leggere il libro, e a tenere in mente la storia del Sudan, particolarmente ogni qual volta trovate entusiasti sostenitori della "resistenza" contro chi rimuove i dittatori (e a favore di nazional-socialisti o di islamofascisti), e ogni qual volta si ode il vittimismo arabo per "l'occupazione sionista". Paolo venerdì, aprile 23, 2004 giovedì, aprile 22, 2004 POI BASTA Ancora due curiosità e poi non parlo più della Fallaci, prometto (ma attenti che ho fatto la leva in marina). Il Collettivo Bellaciao pubblica un articolo di Davide Giacalone (Giacalone ? Ma cosa ci fa Giacalone su BellaCiao?). Titolo: Fallaci, libro orribile. Amvedi che incipit. Incomincio a leggere preoccupato, giacché mi piace la Fallaci ma mi piace molto pure Giacalone. (Su Bellaciao... che mi sia diventato un nogglobal disobbediente?). In effetti incomincia a bastonare il libro (e su qualche punto non condivido, tipo la storia dell'Islam nascosta sui nostri testi scolastici che diventa i millequattrocento anni addosso al povero immigrato, etc., ma pazienza).... poi svolta:
Tutto giusto e scritto benissimo. Però, dico io, è proprio sicuro che la Fallaci intendesse condannare il futuro dell'Islam e non invece solo un presente che offre un panorama medioevale accanto a un elogio propandistico alla Sigrid Hunke? E che non volesse avvisare del pericolo di costituire enclave multiculturali dove i petrolieri perpetuano il fondamentalismo a suon di scuole coraniche separate? E soprattutto non volesse additare quei politici, prima repubblica compresa, che invece dell'integrazione hanno pianificato la disintegrazione in enclave sotto le vesti di multiculturalismo, e con l'immigrazione massiccia dal medioriente congedare con tanti saluti molti oriundi italiani del Sudamerica che non possono venire in canotto ? Ma no.. anche Giacalone lo sa (altro che nogglobal, è lui il repubblicano, no ?). Altrimenti non offrivano alla Fallaci un seggio al parlamento europeo. Paolo mercoledì, aprile 21, 2004 GLI EFFETTI DELLA FUGA
Paolo CAPEZZONE IN ESCLUSIVA SU CAPPERI E' sempre un piacere ascoltare il bravissimo Daniele Capezzone (questa settimana avevo apprezzato particolarmente il suo intervento a Porta a Porta). Segnalo in esclusiva su Capperi una intervista, da leggere integralmente. Mi soffermo solo su un passo:
Condivido pienamente la prima affermazione (come tutto il resto dell'intervista). Non condivido invece la seconda affermazione, in quanto a me pare piuttosto che la Fallaci teorizzi l'inferiorità di un islamismo fondamentalista che confonde chiesa e stato, che vede ancora oggi l'Europa come terra di conquista, quel fondamentalismo che è quello che, purtroppo con l'aiuto decisivo anche degli stati europei, ha costruito centri religiosi e moschee dove il famoso islam moderato non si vede. Purtroppo come nessuno è in grado di dire quanto pochi siano i musulmani immigrati che aderiscono all'Islam filoamericano e sionista di Palazzi, allo stesso modo nessuno è in grado di mostrare qualche movimento e manifestazione di piazza di musulmani italiani impegnata per la separazione fra Stato e Religione nei paesi islamici (si ricordi che l'81 per cento dei musulmani di Denver è favorevole all'applicazione della Sharia negli Stati islamici). Eppure immigrati e non in piazza, per altre cose e bandiere, si son visti. Taccio riguardo a manifestazioni e movimenti di protesta contro la schiavitù e il genocidio in Sudan e via dicendo.... Sarebbe lecito, anzi doveroso, essere aspramente critici del cristianesimo se il cristianesimo fosse quello di Bellarmino o dei domenicani Heirich Institor e Jacob Sprenger (senza contare che oggi nessuno si scandalizza davanti agli anti-cristiani nemici del Cristianesimo in sé, non solo quello del Malleus Malleficarum). Di conseguenza, in questo senso, è lecito l'anti-islamismo. L'accuse della Fallaci è dunque condivisibilissmo soprattutto quando fustiga la celebrazione acritica dell'Islam, fino alla distorsione della realtà storica, promossa politicamente e culturalmente, che non è di alcun aiuto al progresso islamico. Se la storia europea non fosse stata segnata dalla critica anche aspra al cattolicesimo, non potremmo spiegare l'Illuminismo e il Risorgimento. (Senza contare altri aspetti, frutto di una ideologia più che lontana da essere filo-cattolica). Il maggiore pericolo di una società multi-culturale è una nuova caccia alle streghe verso chiunque voglia criticare l'altrui cultura, prestando il braccio secolare alla fatwa di ciascuna enclave. Si, enclave. L'isolamento socio-culturale: territori propri, scuole proprie (finanziate magari da petrolieri fondamentalisti), lingue proprie, cioè quello che si sta promuovendo ora. Spezzato ogni comune denominatore sia degli strumenti di controllo sociale (scuole, chiese), sia della coesione linguistica, sia dell'identità storico-culturale, ciò che resta per tenere insieme il tutto è uno stato di polizia e una forte propaganda. Per conto mio, dunque, ben venga chi si indigna e grida che, fatto come composto della disintegrazione, il multiculturalismo non va bene, ed è pericoloso. Paolo Tutte le considerazioni sono personali, e non rispecchiano necessariamente, come ovvio, il pensiero di amici, anche carissimi, e collaboratori di ILA POPOV E LA SCOPERTA DELL'AMERICA Ieri Il Riformista raccontava di come negli Stati Uniti, in un libro curato dalla professoressa Audrey Shabbas e diffuso negli atenei e varie scuole di ben 155 città americane, siano state inserite balzane fantasie storiografiche sulla presenza di islamici nel Nuovo Mondo prima di Cristoforo Colombo. La stessa curatrice ha detto di stare contattando mgiliaia di docenti per avvertire dell'errore. Nell'articolo [qui l'articolo completo] si precisa anche che uno studio (The Stealth Curriculum: Manipulating America's History Teachers) sostiene che esisterebbero numerosi altri casi del genere. Specie nelle dispense universitarie che i professori di arabo danno ai loro studenti, apparirebbe chiaro un tentativo di manipolare la storia dei nativi americani. Non sarei però sicuro che sia giusto il modo con cui l'articolo chiude, considerando la cosa più ridicola che grave. Nell'ultimo libro di Oriana Fallaci la scrittrice si sofferma a lungo, con amplissima documentazione, riguardo ad una propaganda in Europa che, se davvero nella sua sfrontatezza giunge al ridicolo, appare invece di una gravità particolarissima. Ridicola sì, ma più grave che ridicola. Al proposito consiglio vivamente la lettura di un estratto da La Forza della ragione, e soprattutto consiglio la lettura dell'intero libro di Oriana Fallaci.:
Paolo martedì, aprile 20, 2004 EMMA BONINO «Un mio amico iracheno mi ha detto: siete proprio bizzarri! Sulle vostre tivvù, per il decennale dei massacri in Ruanda, è tutto un 'mea culpa', un 'mai più'. E subito dopo queste belle parole, cambiando scenario e passando a quello iracheno, senti i dubbi, le paure, il 'ritiriamoci subito' o 'poi', e chi invoca la Nato, chi l'Onu. E nessuno che dica che, se si va via dall'Iraq, il Ruanda si ripete a Baghdad. E i primi che verranno massacrati saranno proprio gli iracheni che hanno avuto fiducia nell'intervento occidentale» [su JimMomo] Paolo OSAMA Marco Lodoli recensisce il film di Siddiq Barmak, Osama. Un racconto dell'Afghanistan talebano, prima della liberazione. Su Diario. Paolo OPINION DUEL Interessante iniziativa di cue giornali americani, uno republican (National Review) e l'altro liberal (The New Republic). Hanno creato un sito comune dove si sfideranno pubblicando le proprie opinioni una a lato dell'altra: Opinion Duel Paolo lunedì, aprile 19, 2004 Legittime considerazioni di una ragazza un po' imbecille Non ho alcun problema ad ammettere chi sono: un'imbecille, un'imbecille, un'imbecille. Vale a dire, una che chiede una presa di posizione in un marasma che rischia di spazzare via il nostro mondo, questo mondo liberale in cui è sempre una gran gazzarra disordinata, ma in cui è libero anche di pubblicare un giornale come Repubblica. Peccato che il suo fondatore non avverta la bufera, peccato che tra tante piacevoli passeggiate tra le nuvole gli capiti, ogni tanto, di fare pericolosi scivoloni come il seguente: Poi trovi di tanto in tanto l'imbecille che ti domanda: stavano meglio con Saddam o stanno meglio così?L'imbecille è convinto con questa domanda di stringerti in un angolo, ma la sola risposta che può ottenere è racchiusa in una sola parola:dipende.A Falluja stavano meglio. A Sadr City stavano meglio. A Ramadi stavano meglio. Forse anche a Nassirya stavano meglio. In cento altri siti alcuni stavano meglio e altri molto peggio. Con quali prospettive per il futuro?(per l'editoriale completo: qui) Invidio follemente Scalfari, la sua astrazione dal mondo, l'eleganza menefreghista con cui discetta di Mario Monicelli, dell'eroe classico, dell'eroe moderno. Per un momento, leggendo, mi chiedo se sarà così originale da introdurre il discorso delle sfere celesti e dell'astronomia pregalileiana. O dello sprung rhythm di Gerald Manley Hopkins. O dell'omosessualità presso le civiltà precolombiane. Fatto sta che l'imbecille con le spalle al muro ci si sente davvero. Scalcia con la volgarità consueta, mentre il Maestro del Giornalismo Italiano distribuisce calci e pugni in faccia alle vittime di Saddam Hussein, così, tra una piroetta e un arabesque. E poi dicono che ti manca terribilmente Indro Montanelli.
Daisymiller MASSIMO INTROVIGNE Massimo Introvigne sta scrivendo una serie di articoli estremamente interessanti, affrontando anche grazie ad una grande conoscenza del fenomeno religioso, i temi del terrorismo e del fondamentalismo islamico. Introvigne sembra realisticamente appoggiare una politica nei paesi a maggioranza musulmana che sia a favore dell'Islam anche conservatore, in modo da non lasciare spazio al radicalismo che fiorirebbe sotto la minaccia di un laicismo antireligioso. Una strategia che non rinuncia alla necessaria fermezza militare contro il radicalismo, il quale può in ogni caso utilizzare elementi violenti e disposti a tutto che sono presenti ovunque, indipendentemente dalla condizioni economiche e sociali. Si veda a proposito il suo articolo di oggi La scuola del terrore, e gli ultimi articoli sulla situazione dell'islamismo in Irak, sul suo sito. Paolo ILLUSIONI (dal nuovo libro di Paul Berman) Ne sono capitate di cose durante la mia assenza di pochissimi giorni ! Nella mia testa frullavano mille cose da dire, che con piacere scopro già dette dagli amici i cui blog sono qui, a sinistra. Su questo non aggiungerò nulla (forse). Però durante la vacanza ho anche approfittato per leggere un libro che, guarda caso, anche Rolli, riportando Teodori, ha consigliato: Terrore e liberalismo, di Paul Berman, edizioni Einaudi. Il sottotitolo è illuminante: Perchè' la guerra al fondamentalismo è una guerra antifascista. Paul Berman è un democratico americano, anzi, come precisa nel testo, un socialdemocratico di sinistra. Questo è ciò che fa Berman, nel seguito. L'inizio del fondamentalismo islamico con cui oggi abbiamo a che fare è rappresentato dall'opera di un movimento di rinnovamento religioso egiziano, i Fratelli Musulmani, nato nel 1928 e che da subito espresse esplicitamente a parole la sua simpatia per il nazismo e le sue camicie brune, e di fatto istituendo le proprie camice verdi. Le proprie unità organizzative furono in seguito dette kata'ib, o falangi, in omaggio allo stile di Franco. Camicie verdi organizzate in falangi. La ragione scatenante della nascita delle falangi verdi dei Fratelli Musulmani fu quanto Kemal Ataturk, il leader repubblicano della Turchia, aveva appena fatto. Ataturk, forte di una concezione filosofica positivistica, aveva datto avvio alla nuova Turchia laica, abolendo il califfato e sancendo la divisione fra religione e stato (guarda caso il terrorismo irakeno si rifà nel nome a quello egiziano di inizio secolo scorso ancora davanti al pericolo di un nuovo Irak laico). Davanti a tanto modernismo i Fratelli Musulmani reagiscono con il loro progetto di restaurare l'Islam puro del settimo secolo. L'esponente ideologico di punta, il maestro teoretico di questi fondamentalisti, fu Sayyid Qutb, che scrisse un commento al corano in ben 30 volumi, dal titolo All'ombra del Corano, in cui l'ideologia fondamentalista è enunciata e svolta. Dopo l'uccisione di Sayyid Qutb l'opera fu continuata dal fratello: Muhammad Qutb. Berman analizza gli scritti e il pensiero di questi fondamentalisti e non solo mostra la consustanzialità propugnata fra religione e stato, il profondo anti-occidentalismo e anti-cristianesimo, basato sul fatto che secondo Sayyid Qutb il cristianesimo è stato corrotto dalla filosofia greca. L'essenza del suo messaggio è da un lato la condanna della libertà occidentale, vista come licenza e schizofrenia, contrapposta a un modello totalitario della vita, della politica e dello stato, da imporre ai popoli e alle civiltà di tutto il mondo. Il totalitarismo politico ed etico non costituisce però l'unico punto in comune fra fondamentalismo islamico e fascismi e socialismi reali europei. Come successiva evoluzione, comune sia al movimento dei Fratelli Musulmani che al nazional-socialismo panarabista, vi fu il fascino verso, paradossalmente, proprio correnti di pensiero occidentali, fatte di esaltazione dell'omicidio e della morte, che in quel periodo attraversarono anche l'esperienza storica nazista e fascista. Tracciata abilmente e chiaramente la profonda consustanzialità di questo movimento con il totalitarismo di stampo europeo, Berman lancia un appello ad iniziare una guerra di idee che possa salvare l'Islam dall'abisso fascista di cui è preda. Non dico altro e invito tutti alla lettura di questo libro splendido. Tuttavia voglio regalarvi la lettura di una piccola parte del capitolo sesto (Illusioni), che copio di seguito. ILLUSIONI capitolo VI, da Terrore e liberalismo, di Paul Berman, pagg. 145 ss.
E' molto strano pensare che milioni di persone, o perfino decine di milioni, affidandosi al proprio giudizio, siano arrivate a far parte di un movimento politico patologico. Possono emergere singole follie, è fuori discussione. Il reverendo Jim Jones riuscì a indurre al suicidio collettivo gli abitanti della sua patetica Jonestown, in Guyana. Ma non è possibile che milioni di persone scelgano la morte, e le Jonestown di questo mondo non contageranno intere società. La stessa idea di un movimento di massa patologico sembra troppo azzardata per essere credibile. Giornalisti, scrittori e politici possono andare avanti a riferire che tali movimenti esistono, ispirano seguaci e provocano danni. Ma non dovremmo assumere un certo scetticismo nei confronti di queste relazioni allarmanti? Qualcuno potrebbe avere interesse a far credere che i movimenti di massa patologici siano diffusi sulla terra, e che rappresentino un pericolo per il resto dell'umanità. Forse alcuni movimenti descritti come sinistri in realtà non sono poi così sinistri, e dovrebbero anzi essere riconosciuti come progressisti, positivi e ammirevoli. Movimenti che magari hanno punzecchiato, non senza motivo, i ricchi e i potenti, che hanno reagito con una campagna diffamatoria, con sproloqui sul male. Non è forse possibile? Direi di sì. A quale interpretazione credere, dunque? Che milioni di persone siano impazzite e abbiano seguito una tendenza politica patologica? O che un piccolo numero di giornalisti e propagandisti corrotti e fanatici abbiano fornito un quadro distorto della situazione; favorendo le classi sociali potenti e conservatrici? La seconda spiegazione è molto meno impegnativa: sembra meno esagerata, più ragionevole e plausibile. Supponiamo invece che in qualche remota zona tropicale molto arretrata, o in un deserto, compaia un movimento politico o sociale che mostri effettivamente segni di un legame patologico con l'omicidio e il suicidio. Deve esserci una spiegazione razionale. Forse l'impulso omicida è stato provocato da qualche condizione sociale indicibile. FOrse piccoli gruppi di sfruttatori o imperialisti, con azioni terribili, hanno fatto impazzire migliaia o addirittura milioni di persone. Forse una popolazione è stata umiliata in modo intollerabile. Condizioni sociali insopportabili possono provocare reazioni irrazionali; ma in questo caso le reazioni irrazionali non dovrebbero essere considerate tali. L'umanità, in genere, non agisce in modo irrazionale. Quante volte, negli ultimi ottant'anni, sono comparsi e ricomparsi questi dubbi pieni di scetticismo e queste spiegazioni alternative, e in quante versioni strane e brillanti. Ognuna assomiglia alle varie argomentazioni che di tanto in tanto convincevano le persone dalla mentalità liberale che Stalin e il movimento comunista, anche nei suoi giorni più bui, avessero una natura progressista e virtuosa. Sostenere che Stalin facesse morire di fame deliberatamente milioni di contadini ucraini, o che avesse reintrodotto la schiavitù, o che per ogni suo capriccio eliminasse i suoi stessi seguaci e compagni, sembrava così fuori dalla realtà, così improbabile, così in contrasto con i noti obiettivi e ideali civili del movimento marxista da non essere ritenuto possibile. Era molto più facile sostenere, come facevano i comunisti, che Stalin fosse stato calunniato da propagandisti borghesi, da manipolatori di destra e da ostruzionisti trotzkisti. Tutti ricordano come queste stesse argomentazioni a difesa del comunismo fuorno aggiornate e riapplicate ad altre circostanze nei decenni successivi: alla Cina all'epoca di Mato Tse-tung, alla Cambogia nel periodo di Pol Pot e ad altri luoghi e dittatori. Mi chiedo se per caso oggi non ricordiamo fin troppo bene queste particolari argomentazioni, cioè quelle in difesa di Stalin, Mao o Pol Pot. Riguardando i dibattiti sul comunismo, vediamo in modo così netto gli errori e le illusioni della Sinistra procomunista che oggi è molto difficile immaginare come un individo ragionevole potesse farsi incantare dalle agomentazioni urlate e isteriche a favore del comunismo. Negli anni Trenta, i liberali benevoli schernivano i testimoni dal volto cinereo che riferivano che Stalin stava facendo morire di fame i contadini ucraini; e oggi i liberali benevoli scherniscono con la stessa facilità le persone che negli anni Trenta schernivano i testimoni dal volto cinereo. Noi, moderni e sofisticati, non riusciamo a immaginare come qualcuno in passato possa aver fatto questi errori. Per quanto riguarda alcune della altre versioni non comuniste delle stesse argomentazioni illusorie, cioè le argomentazioni seducenti che negli anni più bui del ventesimo secolo sucscitavano simpatie liberali per i movimenti totalitari di estrema destra, facciamo fatica a credere che queste seduzioni di destra siano mai esistite. Le seduzioni di destra invece esistevano, e occasionalmente una manciata di personalità magnanime, democratiche e di sinistra finiva per convincersi delle virtù, o delle buone intenzioni, di Mussolini e Franco. Hitler e i nazisti riuscirono addirittura a suscitare una mezza simpatia tra alcuni dei più confusi democratici progressisti di sinistra. Sembra impossibile. Eppure fu possibile. Prendiamo l'esempio curioso dei socialisti francesi degli anni Trenta. Vantano delle credenziali demcratiche antiche e ineccepibili, che risalivano all'Ottocento. I socialisti erano moderati e responsabili. Il loro partito era popolare. A metà e alla fine degli anni Trenta, ebbero successo alle elezioni francesi. A volte ottennero la leadership del governo nazionale. Con Leon Blum riuscirono ad avere un grande leader, il Presidente del Consiglio, che seppe fondere il patriottismo francese con la causa della giustizia sociale e i valori culturali più elevati. I socialisti francesi erano però divisi in fazioni, e Blum e i suoi sostenitori non rappresentavano tutto il partito. Il segretario generale del partito, Paul Faure, capeggiava la sua fazione, un po' più grande, detta dei "Paul-Fauristes", che aveva un gran numero di seggi all'Assemblea Nazionale. E tra le due fazioni del socialismo c'erano forti disaccordi, soprattutto sulla guerra. Blum e i suoi sostenitori erano spaventati da Hitler, e ritenevano che la Francia dovesse resistere strenuamente e prepararsi alla guerra. Anche i Paul Fauristes non vedevano di buon occhio Hitler. Ma soprattutto si ricordavano della Prima Guerra Mondiale, e tremavano di paura al pensiero che una simile catastrofe si potesse ripetere. Cercavano in qualsiasi modo di trovare una descrizione della realtà che non prospettasse un futuro con una nuova guerra. Non volevano ridurre la Germania, con la sua complessità teutonica, a una figura solo bianca o nera, buona o cattiva. I socialisti pacifisti facevano notare che la Germania era stata trattata ingiustamente dal trattato di Versailles, in seguito alla Prima Guerra mondiale. I socialisti pacifisti osservarono che a volte la Germania negli anni Trenta aveva ogni diritto di lamentarsi dei suoi vicini, e che i Tedeschi stavano effettivamente soffrendo, proprio come diceva Hitler. I socialisti pacifisti conclusero che Hitler e i nazisti, opponendosi alle grandi potenze e al trattato di Versailles, avessero presentato delle argomentazioni legittime, nonostante il nazismo venisse dall'estrema Destra e non fosse certo gradito ai socialisti. I socialisti pacifisti volevano sapere: perchè il governo francese non poteva dimostrare un po' di flessibilità nei confronti delle richieste di Hitler? Perchè non riconoscere che Hitler non aveva tutti i torti? Perchè non cercare un modo di accontentare il popolo tedesco furioso e quindi di accontentare i Nazisti? Perchè non impegnarsi al massimo per evitare una nuova Verdun? I socialisti pacifisti francesi non ritenevano di essere codardi o privi di principi nel basarsi su queste argomentazioni. Anzi, erano orgogliosi dei propri istinti contrari alla guerra. Si consideravano straordinariamente coraggiosi e onesti. Ritenevano che il coraggio e il radicalismo permettessero loro di guardare oltre la superficie degli eventi e di identificare i fattori che agivano più in profondità nelle relazioni internazionali, cioè il vero pericolo che minacciava la Francia. Un pericolo che, secondo loro, non veniva da Hitler o dai nazisti, almeno non principalmente. Il vero pericolo, oltre che dalle altre grandi potenze, veniva dai guerrafondai e dai produttori di armi nella stessa Francia, cioè da chi avrebbe tratto vantaggio da una nuova guerra. Il pericolo veniva dai leader francesi bellicosi che per avidità ed egoismo avrebbero provocato una nuova Verdun. Queste erano le argomentazioni politiche della sinistra pacifista. Si basavano però anche su qualcosa di più profondo: una credenza filosofica grande e affascinante che non era spaventosa, bensì rassicurante. Era la convinzione che, nel mondo moderno, i nemici della ragione non possano essere i nemici della ragione. Anche l'irragionevole deve essere, in qualche modo, ragionevole. La credenza su cui si basavano tali argomentazioni contro la guerra era, in poche parole, una fede incrollabile nella razionalità universale. Era l'antica ingenuità liberale dell'Ottocento, l'ottimismo sprovveduto scoppiato nella Prima guerra mondiale ma che comunque, indistruttibile, era rimasto nella fantasia del ventesimo secolo. Quella convinzione era l'altra faccia del liberalismo: il liberalismo inteso non come difesa della libertà, della razionalità, del progresso o come accettazione dell'incertezza, bensì come fede cieca in un futuro predeterminato, come fantasia di un modno rigorosamente razionale, come negazione. Era la dottrina filosofica che si nascondeva dietro la fantasia pacifista in Francia. E, mossi da questa idea antica, i |