giovedì, settembre 25, 2003
A proposito di America. Forse si può trovare ancora in edicola il numero speciale che quest’estate liberal ha riservato agli Stati Uniti. Articolato in tre parti ospita commenti di analisti politici, studiosi, giornalisti sulla realtà politica, storica e culturale della democrazia americana e sul suo ruolo nel mondo. La sezione intitolata La democrazia che crede è dedicata ai principi e ai valori fondativi: particolarmente apprezzabili sono gli interventi di Alain Madelin sulla vocazione universale della democrazia liberale, di Nikolaus Lobkowicz sull’autorità morale che deriva dall’aver posto al centro delle proprie aspirazioni e dell’agire politico l’idea di libertà, di Massimo Teodori sulla lunga tradizione di interventismo democratico che ha contraddistinto la storia degli Stati Uniti da Wilson a Bush in una linea di sostanziale continuità, di Giancarlo Galli sullo spirito del capitalismo americano. Imperdibili anche le due sezioni successive: da una parte uno sguardo approfondito sulla storia e le caratteristiche del pensiero neoconservatore con i contributi - tra gli altri - di Joe Hagan, Irving e William Kristol e Michael Ledeen; dall’altra una serie di riflessioni sull’antiamericanismo raccolte sotto il titolo significativo di La favola dell’altra America.
(...) Nella nostra visione del mondo Europa e Stati Uniti sono legate dallo stesso destino. Tanto più oggi che, dopo l’89 e dopo l’11 settembre, il mondo del Ventunesimo secolo deve saper andare oltre Yalta: ma non per tornare indietro, agli anni Trenta del secolo scorso, quando il prevalere di sentimenti antiamericani, anticapitalisti e antigiudaici portò l’Europa al disastro. Andare oltre Yalta significa costruire le regole di un equilibrio mondiale capace di rispondere alla nuova sfida che si è aperta dopo la fine della guerra fredda. Una sfida che nasce dall’inedita combinazione di fondamentalismo, biotecnologia e terrorismo. Non è uno scontro di civiltà: ma certo è una «nuova guerra» di difesa della civiltà. (Ferdinando Adornato – Editoriale di apertura)
Estratti da La democrazia che crede
(...) all’ideale del controllo democratico bisogna aggiungere l’ideale della diffusione e della limitazione del potere, quello della democrazia liberale che pone limiti istituzionali e costituzionali al potere. La democrazia liberale è il diritto del più debole, il diritto della minoranza, della più piccola delle minoranze: la persona umana. (...) all’indomani della liberazione dell’Iraq, quando molti si interrogano sulla possibilità di esportare la democrazia, di adattarla all’Islam, alle culture mediorientali o africane, è evidente che solo la democrazia costituzionale liberale ha una vocazione universale. (...) Per questo il dibattito sulla democrazia è più che mai necessario. Proclamare la propria fiducia nell’uomo, libero e responsabile, la propria fiducia in una società di diritto, in cui il diritto è espressione del giusto, significa esprimere dei valori. Significa girare le spalle al relativismo morale disgregatore che oggi si diffonde rapidamente. Se tutto si equivale, nulla vale. (Alain Madelin – Ripartiamo dall’individuo)
(...) gli Stati Uniti appaiono – a prescindere dai superbi resti di una lunga storia culturale – in modo quasi uguale a come apparirebbe l’Europa se gli europei si fossero presi a cuore fin dall’inizio la libertà, se cioè essa fosse stata l’elemento più importante della vita politica. Se si rappresenta, come ha fatto Hegel, la storia d’Europa come quella di una lotta per la libertà, per la libertà di pensiero, per la libertà del giusto agire e, alla fine, per l’intangibile dignità di ogni singolo uomo, per la distruzione di ogni dominio illegittimo, allora gli Stati Uniti sono quel paese europeo dall’altra parte dell’Atlantico che fin dall’inizio ha lasciato dietro a sé quasi tutti gli ostacoli alla libertà che non erano strettamente necessari per l’ordine pubblico; semplicemente perchè la loro storia è incominciata così tardi, essi sono stati il «Nuovo Mondo». (...) Poco dopo l’inizio della guerra in Iraq, Jurgen Habermas scrisse che con questa guerra l’America ha reso dubbia e addirittura perduto la sua autorità morale. In realtà ha acquisito un supplemento di autorità morale: ha portato alla luce il fatto che la sovranità statale non può essere una coperta per regimi orribili, soprattutto se ciò ha – come fino alla fine degli anni Ottanta fu il caso del’impero sovietico – conseguenze negative internazionali. Nel Consiglio di Sicurezza, la molteplicità degli interessi degli Stati sovrani impedisce che le Nazioni Unite possano decidere a un dato momento non solo di parlare di tali questioni ma anche di agire in conseguenza. Pertanto si può dire che gli Usa hanno fatto ciò che in verità sarebbe stato il compito dell’Onu. (Nikolaus Lobkowicz – Noi Atene, loro Roma)
(...) L’odierno interventismo statunitense per cui il Paese consapevole della propria forza militare, economica e politica ritiene suo diritto, e suo dovere, uscire dai propri confini per assicurare non solo la sicurezza nazionale ma anche propugnare un nuovo ordine internazionale nel quale si diffonda la democrazia e gli elementi destabilizzanti siano affrontati frontalmente, è tutt’altro che nuovo. Erano certamente ispirati al principio dell’«esportazione della democrazia» i Quattordici punti del democratico Woodrow Wilson. Lo stesso intervento dei soldati US nella prima guerra mondiale, fu ispirato dalla necessità di combattere accanto alle democrazie europee quel che era al tempo considerato il «male» degli imperi centrali. (...) Franklin D. Roosevelt fece programmi, contrariamente alla maggior parte dell’opinione pubblica americana e dello stesso Congresso, che la libertà e la democrazia in America non potessero essere difese estraniandosi dal grande scontro allora in atto con il nazismo. (...) Nella guerra di Corea il contenimento del comunismo si trasformò ben presto nello scontro diretto tra Stati Uniti e i suoi alleati orientali e la Cina con le sue propaggini militari e ideologiche. (...) Nelle crisi di Berlino e di Cuba il più democratico ma anche il più anticomunista dei presidenti americani del dopoguerra arrivò per ben due volte in mille giorni a mettere in atto un braccio di ferro fino agli estremi margini della guerra... In Vietnam poi lo stesso John F. Kennedy cominciò con l’inviare diciottomila «consiglieri», un’azione bellica continuata dal suo successore, Lyndon B. Johnson, autentico rappresentante del progressismo liberal all’interno... (...) La stessa mano tesa di Nixon alla Cina arrivò contestualmente a una serie di attacchi frontali contro il suo diretto alleato e protetto, il Vietnam del Nord, sempre in nome della difesa dei regimi liberi e dell’esportazione della democrazia stile occidentale. Da ultimo sarebbe arduo negare che la teoria dell’«ingerenza umanitaria», sperimentata nel Kosovo ed esaltata da Tony Blair e da tutta la nuova sinistra al di qua e al di là dell’Atlantico come un «nuovo internazionalismo» volto alla difesa dei diritti dell’uomo ovunque minacciati non avesse qualcosa a che fare con l’esportazione della democrazia e della libertà, così cara alla politica di Bush. (Massimo Teodori – Wilson for ever)
(...) Poche parole allora, a dispetto degli esegeti che le bolleranno di «superficialità», per la sola, inaccettabile ragione che vanno al cuore del problema: in Usa, l’economia si identifica col mercato, che è efficienza, concorrenza, rifiuto di una «socialità» immeschinatasi ad assistenzialismo corporativo. Il capitalismo americano, sostenuto da correnti universitarie che non esitano a seppellire i tabù, è animato da una fede profonda nella sua mission. Per questo pur fra le crisi e assediato dalle contestazioni, vince. Con la forza dei numeri: il tasso di sviluppo, la bassa disoccupazione, l’ossessione per la ricerca e le nuove tecnologie, moderna versione della inesauribile marcia verso la «Nuova Frontiera». A questa visione quasi messianica, talvolta superba e tracotante, che sanno contrapporre gli europei oltre l’irosa irriconoscenza del beneficiato che sputa nel piatto del benefattore? Nulla, e gli economisti dovrebbero avere il coraggio di ammetterlo, anzichè fare il verso agli anti-Bush, agli anti-Usa, ai pacifisti nostalgici di un socialcomunismo che ha fallito. Nonostante le più larghe quanto assurde indulgenze. L’unica strada per moltiplicare «pani e pesci» è il modello americano. Può non piacere, s’ha da ammetterlo, accettare il verdetto della storia. In politica, in economia, l’Europa ha perso. (Giancarlo Galli – Missione ricchezza)
Potranno l’Islam e l’Occidente comprendersi reciprocamente? Forse sì; forse no. Ciò che è necessario, a ogni modo, non è una muta comprensione fondata su basi teologiche, quanto il comune riconoscimento dei meriti sociali della nozione liberale. Rappresenta un dato di fatto della modernità che una popolazione crescente necessiti dell’economia di mercato, che una civiltà prospera e avanzata non possa fare a meno della libertà e di un aggancio culturale con il resto del mondo, che per sedare le dispute in modo pacifico siano necessarie delle coorti di giustizia che giudichino sulla base di principi legali durevoli, rispettosi della dignità della persona umana e dell’integrità del diritto alla proprietà privata. Tutte queste sono intuizioni che appartengono alla tradizione liberale. (Robert Sirico – Non sarà guerra di religione)
Estratti da La verità dei neocons
(...) Il neoconservatorismo si differenziava dal conservatorismo tradizionale per molti aspetti importanti, ma non aveva un progetto proprio. Sostanzialmente, voleva che il Partito repubblicano cessasse di giocare politicamente sulla difensiva, guardando cioè avanti invece che indietro. (...) le... origni possono essere fatte risalire alla fondazione di The Public Interest, trent’anni fa. Non che i fondatori di questo periodico inseguissero alcun obiettivo politico. Nel 1965, eravamo tutti liberali progressisti, di un tipo o di un altro. Ma successe che la maggior parte di noi era quel tipo di liberale progressista destinato a svolgere un ruolo nella rinascita conservatrice. (...) Tutti noi avevamo idee su come migliorare, o addirittura ricostruire, lo Stato assistenziale: ma eravamo dei miglioristi, non degli oppositori, e dei critici solo molto misurati. Fu solo quando vennero lanciati i programmi della Great Society che iniziammo a prendere le distanze... (...) Noi di The Public Interest, avendo conosciuto in prima persona la povertà – i protagonisti della guerra alla povertà appartenevano invece in gran parte all’alta borghesia – e potendo testimoniare come la povertà potesse essere vinta con mezzi concreti – la crescita economica graduale accompagnata dalla concomitante crescita delle opportunità economiche – ci trovammo decisamente in disaccordo con questa idea. (...) Negli Stati Uniti, ogni politica di successo è una politica di speranza, temperamento, questo, assente nel conservatorismo tradizionale nordamericano. Il metodo per vincere, nella politica così come nello sport, è quello di pensarsi vincitori. (Irving Kristol – Noi miglioristi)
(...) Negli Stati Uniti i risultati contano. Come ha detto il presidente Bush nel suo discorso sullo stato dell’Unione, l’obiettivo degli Stati Uniti è molto di più che quello di seguire semplicemente un processo: è quello di ottenere un risultato. Il risultato che il presidente aveva in mente era la fine delle terribili minacce poste al mondo civilizzato. Reagan, con il collasso dell’Unione Sovietica, mise fine a una di quelle minacce. Oggi, come ha spiegato il presidente, ci troviamo di fronte a un tipo diverso di minaccia: un mondo caotico e in costante allarme, dove regimi fuorilegge sponsorizzano il terrorismo acquistando e commerciando armi terribili, nel migliore dei casi usate per minacciare i loro vicini e per intimidire i popoli che dispoticamente governano. E’ la natura del regime ad essere cruciale, piuttosto che qualche presunto e soggiacente «interesse nazionale» determinato geograficamente, economicamente o culturalmente. La priorità dell’ordine politico implica una politica estera statunitense moralmente cosciente di sé. (...) la libertà e la sicurezza sono inestricabilmente connesse alle caratteristiche che hanno tutti gli altri regimi del mondo. (William Kristol – Il seme della libertà)
Estratti da La favola dell'altra America
(...) In primo luogo la percezione dell’America. Mussolini e Hitler ne sottovalutarono la forza e l’11 dicembre del 1941 la trascinarono nella guerra europea, segnando l’inizio della loro fine. E’ un dato storicamente incontestabile. Non è lo stesso errore di coloro che, sessant’anni dopo, hanno pensato di colpire gli Stati Uniti, puntando sui loro limiti e sottovalutando invece un potenziale, che non è solo economico e militare, ma anche morale? Penso ovviamente a Bin Laden e al fondamentalismo dei nostri tempi. Leggendo queste pagine di De Felice, di Shirer e di Fest colpisce poi un altro elemento: vi si ritrovano giudizi, valutazioni, fatti e linguaggi molto simili a quelli che sono circolati e circolano oggi. (...) E allora come è possibile che l’antiamericanismo si riproduca sempre con lo stesso linguaggio e con le stesse accuse: la voglia di dominio, la ricerca della ricchezza, le leadership corrotte? Cosa è insopportabile dell’America, che alla Casa Bianca ci sia Roosevelt o ci sia Bush? La sua ricchezza o la sua libertà? Il suo dominio o il suo appeal? (...) è quantomeno curioso che l’argomento estremo dell’antiamericanismo resti sempre il richiamo alla superiorità europea, alla sua distinzione dal «modello» che viene da oltre Alantico. Questo atteggiamento – ho trovato brani di un dialogo tra Hitler e Laval – fu perfino una carta di Vichy. Voglio dire che ci sono dei riflessi condizionati ormai eterni, che passano da destra a sinistra e viceversa e che hanno sempre al loro centro un’idea distorta degli Stati Uniti. (...) Anche oggi che, come europei, abbiamo questo strano rapporto: la chiamiamo (l’America), ne abbiamo bisogno, ne invochiamo la presenza, quando è assente la critichiamo, quando interviene pure. Ne contestiamo la potenza, ma se non ci fosse saremmo nei pasticci e, soprattutto, siamo costantemente risucchiati dal vizio dell’incomprensione e dal dilagare del pregiudizio. C’è un’altra frase di Michnik che mi è piaciuta molto. Nel suo dialogo con Cohn-Bendit, il quale parlava di «fierezza europea» e della nostra capacità culturale «di inventare lo sviluppo sostenibile» e di condividerlo, lasciando spazio alle diversità culturali, Michnik ha osservato: «Sono argomenti di quart’ordine... Immaginiamo di essere nel 1937 e tu mi dici di essere inquieto per la diffusione della pornografia, mentre io ti parlo di Hitler e Stalin. Il problema non è l’egemonia culturale americana, è la nascita di un nuovo fascismo, di un nuovo totalitarismo che usa i kamikaze...». (Renzo Foa – Il complesso di superiorità)
(...) Internet ha visto, dall’11 settembre in poi, un netto riallineamento di posizioni in una galassia di centri di aggregazione, anche piuttosto interessanti e seguiti, di destra e sinistra non strettamente parlamentari. Il collante di questa nuova alleanza, che manda continui segni di espansione e rafforzamento, è un acceso antiamericanismo, che si salda con una posizione antisionista, con tratti di vero e proprio antisemitismo. (...) Le manifestazioni e gli slogan delle marce per la pace prima e durante la guerra contro l’Iraq, col loro confondere Iraq con Vietnam, Hitler con Bush, attacco imperialistico e difesa democratica, perdite umane e prospettive apocalittiche, sono state un buon esempio, meritevole di uno studio più approfondito, di produzione delirante, travestita (molto sommariamente del resto), da analisi politica. (...) Un’Ombra così cospicua, come quella che l’America sta finendo con l’apparire a molti europei, non avrebbe, infatti, potuto costituirsi se in essa non confluissero gli odi e i rancori lasciati dalle sconfitte di due guerre mondiali, ma soprattutto quello delle sconfitte procurate dall’America alle due grandi narrazioni di violenza e di morte che avevano preannunciato la decadenza europea: quella nazista, e quella comunista. A loro volta sintesi politica di quel fenomeno tutto europeo che fu, ed è, il pensiero nichilista, col suo corollario della morte di Dio. L’America che dice: In God We Trust, l’America che ha spazzato i deliri neopagani della décadence nazista, come quelli dell’onnipotenza burocratica e feroce del socialismo reale, prende su di sé l’odio di tutti quelli (e sono molti, anche fra coloro che all’epoca non erano ancora nati), che non hanno perdonato. (Claudio Risé – Psicopatologia dell’antiamericanismo)
(...) cosa dicono di tutto ciò gli intellettuali?... sono tornati a farsi sentire, con una serie di articoli la cui sincronicità organizzativa ricorda quella delle manifestazioni di protesta degli anni Settanta. E anche i toni riecheggiano gli yankee go home di quel periodo. (...) Per tutti la parola d’ordine è mobilitazione. Un richiamo che è giunto fino a Cuba, dove il milione di «rivoluzionari» che è sfilato il 12 giugno per le strade dell’Avana aveva gli stessi bersagli: Bush, Blair, Aznar, Berlusconi, la Cia, l’imperialismo capitalista e liberista. Si incomincia in Europa e si finisce a Cuba. (...) Perchè i media europei non chiedono al polacco Adam Michnik o al rumeno Andrei Marga qual è la loro visione dell’Europa e dei rapporti con gli Usa? Semplice: perchè non è politicamente conveniente. Infatti quando faceva comodo alla sinistra globale o, per una breve stagione, all’ulivo mondiale, gli intellettuali dell’Est-Europa erano i nuovi guru del pensiero politico e sociale, ascoltati e coccolati. Ora invece, quando quasi tutti i paesi dell’Europa centro-orientale, sostenuti in ciò, si badi bene, dalla maggioranza degli intellettuali e dell’opinione pubblica, si sono schierati con gli Usa e con il gruppo degli Otto, quelle «coscienze critiche» dell’Est europeo sarebbero diventate merce avariata. (Renato Cristin – L’ottusa intellighentsia)
(...) l’America portò in un paese depresso, mafioso, distrutto, color antrace fango e fame, un Paese coi pidocchi e col paraocchi, un Paese di federali curati e marescialli, un Paese con la panza, facinoroso ma non coraggioso, impomatato ma non lavato, declamatorio, artefatto, intollerante, classista, razzista, melenso, ipocrita, ignorante, portò – dicevamo – il gusto del pulito e del normale, della doccia due volte al giorno, del deodorante, della depilazione sotto le ascelle per tutte le donne, un certo rispetto di base, una rudezza franca ed egualitaria, una fraternità rispettabile e generosa. Quando arrivarono gli americani a Roma io avevo quasi quattro anni e ricordo perfettamente quel che successe: i carri armati Shermann erano parcheggiati in file ordinate su Via Arenula accanto al Ghetto che era stato devastato e insanguinato dalla razzia nazista del 16 ottobbre 1943, e un soldato nero con gli occhi rossi di insonnia e di polvere e con le Lucky Strike nella retina dell’elmetto si sporse dal suo carro sudato di fango e mi offrì dall’alto un cake, un dolce in una plastica. Mia madre me lo buttò dalla finestra appena arrivati a casa perchè la propaganda fascista aveva diffuso la voce secondo cui gli americani erano venuti per uccidere i bambini avvelenandoli o facendoli saltare in aria con giocattoli esplosivi. (Paolo Guzzanti – Schizofrenia al chewing gum)
(...) Nel Novecento l’America è stata la società più vivace del pianeta, fermento puro, desiderio di diffondere informazioni, attraverso un sax o un fax, un’automobile o un romanzo, un telefilm o un tv-show. Tutto questo mentre gran parte dell’Europa partoriva il nazismo e il comunismo, tutto questo anche dopo, negli anni in cui i paesi del socialismo reale nascondevano le metastasi dietro alle bugie, al terrore, alle vuote dimostrazioni di potenza, alla propaganda degli intellettuali amici. Pensando ai progressisti (molto sedicenti) di oggi, specialmente ai progressisti europei, non è per nulla strano che siano irresistibilmente attratti da tutto ciò che l’America ha costruito per loro – gli agi, la tecnologia, le arti, e tutta la cultura, nel senso più ampio, della società moderna – e allo stesso tempo siano irresistibilmente respinti da tutto ciò che l’America ha distrutto in loro – la grande utopia. (...) La contraddizione, che contraddizione in fondo non è, della sinistra italiana ed europea è tutta lì. L’America schifosa gli ha dato torto, ha vinto, e per fortuna (chi potrebbe ormai dire il contrario?). L’America ha rotto loro il sogno infantile, gli ha rubato l’utopia del mondo degli uguali, gli ha scoperchiato davanti agli occhi i gulag così come, insieme con l’Armata Rossa, aveva scoperchiato davanti agli occhi degli europei i campi di sterminio nazisti. Disillusa e sbugiardata, la sinistra non può che guardare almeno con sospetto all’orco che gli ha tolto il lecca lecca di mano. E si tiene, arruolandola, l’America bella e affascinante delle chitarre, delle cineprese, dei diritti civili. Chi all’utopia non ha mai creduto, l’America se la tiene tutta. Ma proprio tutta. (Mattia Feltri – O tutto o niente)
Da 1972
venerdì, settembre 12, 2003
The day after
Nessuna plateale celebrazione per l'11 settembre, almeno qui. Forse è normale, addirittura auspicabile portare avanti la nostra vita normalmente: e io, filoamericana di vocazione emersoniana, non amo un'America ripiegata su se stessa, ma l'America che affronta le sfide a viso aperto. Ma non posso evitare di fare qualche constatazione. Le calunnie continuano, vuoi per alcuni siti, per qualche casa editrice, e per alcuni giornali. Il Manifesto ha parlato di ansie "millenaristiche" (sic)dell'amministrazione Bush, e di una giustizia di cui le vittime dell'11 settembre necessiterebbero(leggi fra le righe: la verità di Meyssan, pubblicato dalla casa editrice che merita l'appellativo di furbetta tra le furbette). Ma si sa, il Manifesto è un giornale a tesi. Altri-quelli della solidarietà per cinque minuti- continuano a optare per il terzismo morale, la logica del se-ricordiamo-loro-perché-non-tutti-gli-altri. Perdonate la frase fallaciana-e non fallace. Questo neutralismo non produce risultati molto diversi dalle calunnie stile Indymedia. Di fatto, le vittime dell'11 settembre continuano a finire in quell'enorme dimenticatoio selettivo della cattiva coscienza antiamericana- guarda caso, proprio lo stesso dimenticatoio in cui finiscono le vittime israeliane. L'ignavia morale e la fantapolitica spacciata per Verbo divino di tanti Fox Mulder-they want to believe- sono narcotici pericolosi. Perché sedersi in poltrona non si può. Perché dimenticare è umano, ma in questa circostanza è diabolico. Tutto va bene, pur di restarsene con la testa sotto la sabbia: tutto va bene finché l'Europa riesce a spacciare la sua fiacca morale per sagezza.Purtroppo.
Daisymiller
giovedì, settembre 11, 2003
September morning.
New York, Washington, Pennsylvania. «Quando trovo in questo mio silenzio una parola scavata è nella mia vita come un abisso»
  «Do not stand at my grave and weep. I am not there, I do not sleep. Do not stand at my grave and cry. I am not there, I did not die» Da 1972.
9/11/2001
WE WILL NEVER FORGET
Quando fu chiaro che moltissimi vigili del fuoco avevano perso la vita nel crollo delle torri gemelle, pur avendo ritrovato solo i corpi di pochi di essi, e pur sapendo che difficilmente si sarebbe più ritrovato alcunché della maggioranza di essi, l’amministrazione Giuliani si trovò di fronte al problema di dover sopperire alla loro mancanza, nei ranghi del FDNY, in un momento drammatico. Si decise, con la morte nel cuore, di procedere alla promozione di un cospicuo numero di vigili superstiti, che andassero a prendere il posto dei loro fratelli caduti nel tentativo di salvare vite umane innocenti, nella consapevolezza che questo sarebbe stato ciò che avrebbero voluto coloro che non c'erano più. Questo è il discorso tenuto domenica 16 settembre 2001 dal sindaco Rudolph Giuliani alla cerimonia di promozione nel dipartimento Vigili del fuoco di New York.
Siamo qui riuniti all’indomani dei funerali di tre leggende dei vigili del fuoco: il capo Ganci, il primo viceassessore Feehan e il nostro amato padre Mychal Judge. Qualcuno si chiederà il perché di queste cerimonia, di queste promozioni, dopo tali devastanti perdite. La risposta è chiarissima: sarebbero proprio i morti e i dispersi, se potessero, a chiederci di andare avanti per la nostra strada. In questo dipartimento hanno investito la vita e l’amore, per questo dipartimento hanno dato la vita. Ed è con un profondo senso di responsabilità nei confronti della loro memoria che dobbiamo andare avanti.
Voglio che sappiate che le preghiere di ogni newyorchese, e credo di ogni americano, sono con voi. La vostra disponibilità di andare avanti intrepidi nella più difficile delle circostanze è un esempio per tutti noi. Il nostro e il vostro cuore è spezzato, non v’è dubbio, ma continua a battere forte, molto forte. La vita andrà avanti, sia per la città che per il dipartimento. Abbiamo un lavoro importante da svolgere oggi, domani, nei mesi e negli anni che ci aspettano.
Winston Churchill, leader della Gran Bretagna devastata dai bombardamenti tedeschi durante la battaglia d’Inghilterra, disse una volta : «Il coraggio è giustamente considerato la prima qualità dell’uomo perché è la qualità che garantisce tutte le altre».
Null’altro può veramente accadere senza il coraggio. E non vi è esempio migliore del coraggio dimostrato dal dipartimento dei Vigili del fuoco della città di New York.
Nell’ultimo grande attacco all’America, quello di Pearl Harbor, le prime vittime furono gli uomini della marina degli Stati Uniti. Indossavano un’uniforme, come voi. In questa guerra le prime, gravi perdite sono state subite dal dipartimento dei Vigili del fuoco di New York. La marina fece quadrato, reagì e vinse la battaglia delle Midway invertendo in tal modo l’esito della guerra nel Pacifico, dopo le gravissime perdite subite. Oggi si formano i nuovi ranghi del dipartimento dei Vigili del fuoco di New York, e mi vengono in mente le nomine a ufficiale sul campo di battaglia in tempo di guerra.
Quand’ero bambino avevo uno zio, fratello minore di mia madre, che faceva il vigile del fuoco a Brooklyn. Questo zio un giorno rimase gravemente ferito cadendo da un’autoscala lanciata a tutta velocità sul posto di un incendio, rivelatosi poi un falso allarme. Si fratturò entrambe le gambe e per qualche giorno si temettero anche lesioni alla spina dorsale che lo avrebbero condannato alla sedia a rotelle.
Quando mia madre l’andava a trovare al Kings County Hospital mi portava con sé. Soffriva terribilmente, lo zio, ma ricordo ancora che ci diceva di voler tornare al lavoro. Era quel pensiero a fargli sopportare il dolore, a sostenerlo. Ci raccontava di quanto amava il suo lavoro e, anche se avevo solo cinque o sei anni, lo capivo perfettamente. Un uomo che si era rotto le gambe, e forse anche la schiena, voleva a tutti i costi tornare al lavoro che amava. E così avvenne. Lo zio fece una lunga carriera nei vigili del fuoco, rimase ferito altre due volte e andò in pensione con il grado di capitano. E’ stato uno dei miei primi eroi.
Voi siete tutti miei eroi. Lo siete da quando ero piccolo e dal giorno in cui sono diventato sindaco di New York. Mi si spezza il cuore al pensiero di dover aggiungere tanti nomi, chissà quanti, a quelli presenti sul muro eretto in memoria dei vostri caduti. Avevo sperato che non ce ne sarebbero stati più.
Dai nostri cuori a pezzi dobbiamo trarre la determinazione a rendere questa città ancor più sicura, a dimostrare a quei vigliacchi che hanno cercato di struggere lo spirito dal quale siamo animati che, anche se ci hanno portato via alcune tra le nostre vite più preziose, non ci hanno certo tolto questo spirito.
Lo spirito della democrazia è più forte di questi terroristi vigliacchi. I paesi che vivono sotto l’impero della legge accettano le regole democratiche e rispettano e tutelano la vita umana come la rispettano e la tutelano i pompieri di New York. E’ questo che vogliamo. E’ il futuro che vogliamo per i nostri figli, quello che vogliamo per il resto del mondo. E’ questo che l’America ha sempre voluto. Ed è questo che voi rappresentate, ponendovi da esempio all’America.
Vi chiedo quindi di alzarvi in piedi per unirci in un applauso in onore degli uomini che avete perso e di quelli che ancora cerchiamo.
Moltissime grazie, Dio vi benedica tutti.
Il discorso è pubblicato all’interno del libro “ Leadership – una storia di coraggio e successo ” di Rudolph W. Giuliani, edito da Mondadori. E’ un libro eccezionale, che consiglio a tutti e che a tutti potrà insegnare qualcosa.
posted by Mixumb
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