|
giovedì, luglio 31, 2003 PROPAGANDE Il Griso ci fa notare una critica al banner del Dissident Frogman. Niente di nuovo. E' inveterata consuetudo da parte del movimento pacifondaio (che ha ignorato, ad esempio, un milioncino di morti dell'occupazione cinese del Tibet o la guerra in Cecenia o qualsiasi altra nefandezza così come da sempre ignorava la meravigliosa macchina della morte del socialismo reale) richiamare alla coerenza chi osa ricordare i benefici del venir meno di una sanguinaria dittatura. Insomma, se Saddam non fu fermato prima, perche' farlo dopo ? Per loro ciò che non andava fatto si poteva dire e fare prima, e se viene fatta qualsiasi cosa che sembrerebbe giusta, essa rimane sbagliata perché arriva troppo tardi. Ma questa e' roba vecchia, difetti di pagliuzza e di trave, e' inutile rinvangare nel passato. Anche perchè Leonardo crede che i neoconi filoamericani non abbiano passato. Capisco che se ne sia accorto solo dopo il 2001, in effetti i neoconi hanno delle "soglie di attivazione" molto alte, non amano manifestazioni e greggi, è vero. Io ne ero consapevole da sempre. All'incirca all'età in cui Dario Fo entrava a far parte della Guardia Nazionale fascista (battaglione paracadutisti Mazzarini), mio zio veniva invece mandato a Buchenwald. Ma si sa che i partigiani che rifiutavano sia il fascismo che il socialismo reale, sebbene possano vantare con la prigionia, loro, di essere della prima ora, nonostante cio' non furono molto celebrati. E neppure si sono autocelebrati. Hanno fatto in tempo prima di morire, come mio zio, a vedere l'attentato alle torri gemelle e di pensare che era ora di intervenire con forza. Punti di vista, forse troppo reattivi. Per alcuni bisogna stare prima nel Mazzarini per un po'. Prima di finire, visto che mi sono venuti in mente i difetti di memoria a breve e a lungo termine dei nostri intellettuali, consiglio di leggere Rolli che ci fa presente che in Iran hanno impiccato una ragazza diciannovenne per motivi di opinione nel totale silenzio della nostra stampa. Sara' colpa degli Ebrei e dei capitalisti che tengono in pugno i media (insomma, nonostante i travestitismi, il vecchio complotto pluto giudaico massonico). Paolo RECENSIONE
Renato di Lorenzo, L'Assalto, Mondadori Di Lorenzo scrive il suo primo romanzo. Avevo letto quasi tutti i suoi scritti e non potevo rinunciare a seguirlo anche qui, sebbene fossi molto scettico. Lo scetticismo iniziale e' vinto perche' la lettura diventa curiosa e gradevole e il libro si finisce in un volo. I pensieri dell'autore sulla finanza e la vita sono cosi' direttamente messi in bocca ai personaggi che lo stile diventa surreale e pretestuoso al punto che non si può più parlare di errore. Mi e' piaciuto. Di Lorenzo scrive bene ed e' come sempre generoso. Ci sono i buoni e i cattivi. I cattivi sono coloro che tirano le fila dei terroristi islamici, ma prima ancora la burocrazia e il resentment che si svela nel gioco quotidiano di potere dei rapporti personali e lavorativi. Buoni sono il protagonista Samuel Renato Monk, la gente di Napoli e la Camorra. Baciamo le mani Paolo
[Link] Il sito di Renato Di Lorenzo mercoledì, luglio 30, 2003 Qui il composto articolo (annunciato da una riga con poco rilievo in prima pagina) in cui si riporta l'ammissione iraniana per l'uccisione, a botte, di una giornalista rea di aver fotografato una manifestazione. Se un cronista fosse stato ucciso *per errore* (non diciamo neppure volutamente come in questo caso) dalle forze dell'ordine di Israele come sarebbe stata la notizia e quali le reazioni ? Paolo INFORMAZIONE NEGATA Persino in Australia riportano che una bambina israeliana di 11 anni e' stata ferita e che il corpo di un 20enne soldato israeliano assassinato e' stato ritrovato. L'ANSA e le reti RAI non dicono niente. Per il resto vale quanto qui pubblico nuovamente :
"Nuove Regole" per i corrispondenti dal Medio Oriente.
Paolo sabato, luglio 26, 2003 Liberia chiama Washington. Washington risponde. Mentre il mondo capovolto continua a girare per conto suo. Come annunciato settimane fa Bush ha ordinato il dispiegamento al largo delle coste della Liberia di una forza navale e di un primo contingente di 2.300 marines. L'obiettivo ufficiale della loro missione sarà quello di supportare l'ECOWAS (Economic Community of West African States) nel tentativo di riportare ordine nel paese ma è evidente come le truppe possano in qualsiasi momento essere chiamate ad intervenire direttamente. Non abbiamo nemmeno troppa voglia di dilungarci qui sull'immancabile balletto di recriminazioni e pregiudizi che in questi giorni - come sempre - ha accompagnato le azioni e le intenzioni dell'amministrazione Bush sulla questione. Ci limitiamo solo a constatare che di nuovo se ne sono dette e scritte di tutti i colori. Abbiamo visto fieri oppositori dell'intervento contro il regime di Saddam Hussein accusare a gran voce gli Usa di rifiutare il coinvolgimento nel continente africano salvo poi criticare ancora una volta ogni passo compiuto dal presidente Bush durante il suo recente viaggio in Africa. Abbiamo sentito che in Liberia l'intervento sarebbe giustificato in quanto autorizzato dall'Onu mentre quello in Iraq sarebbe stato illegale (la 1441 e tutte le risoluzioni da essa richiamate sono state in un sol colpo cancellate dalla storia); abbiamo perfino letto che gli Usa sarebbero obbligati ad intervenire in base al «diritto contrattuale» (pittoresco, non c'è che dire, non tanto per le forme in cui il concetto è stato esposto ma certamente per quelle in cui è stato ripreso) che per alcuni evidentemente dovrebbe regolare l'agire politico delle nazioni e di fronte al quale la liberazione di un paese da una dittatura genocida e la prevenzione di una minaccia alla sicurezza internazionale diventano ridicoli pretesti usati da capi di stato in cerca di petrolio e di avventure. Insomma, cose così, sempre le stesse, sempre peggio. Ovviamente in Liberia si deve intervenire: ma lo si deve fare non perchè lo richieda quel fantasma delle istituzioni internazionali che risponde al nome di Nazioni Unite, non perchè vi siano obblighi scritti, ma perchè la situazione lo impone, perchè la popolazione invoca da tempo l'attenzione del mondo e la presenza degli americani (ripetiamo: l'attenzione del mondo e la presenza degli americani), perchè da lì possono originarsi ulteriori fattori di destabilizzazione del già precario equilibrio internazionale. Particolarmente curioso è che oggi l'Onu si muova evocando ragioni di carattere umanitario quando per mesi la stessa organizzazione supportata dai peacemongers di tutto il pianeta si è opposta a quella che - anche volendo lasciare per un momento da parte ogni altra considerazione di natura strategica, politica e di sicurezza - si è rivelata la più grande operazione umanitaria dalla fine della seconda guerra mondiale: la provocata caduta di una tirannia che ha disseminato di fosse comuni e di camere di tortura un intero paese. Ma così va il mondo. E oggi come domani continueremo ad assistere al triste spettacolo di coloro che dopo aver tacciato di criminali gli Stati Uniti per essere intervenuti in Iraq adesso riservano loro lo stesso epiteto per il semplice sospetto che gli stessi Stati Uniti non abbiano l'intenzione di intervenire in Liberia. Salvo poi eventualmente scendere in piazza contro l'imperialismo yankee quando l'azione si concretizzerà. A questo punto, non si sa come, un lieve dubbio sta cominciando ad insinuarsi nei nostri pensieri... non sarà mica perchè sono americani?
Da 1972. NUOVE VITTIME IN IRAQ ANSA : BAGHDAD, 26 LUG - Gli spari di gioia che hanno accolto l'annuncio della morte dei figli di Saddam, Uday e Qusay, hanno provocato in Iraq 31 morti e 76 feriti. Citando fonti sanitarie, il quotidiano Al-Moatamar, dice che tra i 31 morti ci sono due bambini e che 40 dei 76 feriti sono in condizioni gravi. Paolo giovedì, luglio 24, 2003 No, no, noooo ! Cosa gli succede ? Griso che canzonacce ascolti ? Ci si rammollisce, ci si deprime Paolo I figli di Saddam Dunque, c'è un particolare che mi sfugge. Uno di questi due criminali, torturatori e assassini dei figli di Saddam, perché per questo passeranno alla storia, era anche presidente del Comitato Olimpico. Un Comitato Olimpico a Baghdad? Ma di che? Di quali Olimpiadi stiamo parlando? Del più veloce assassino tra gli sgherri di Saddam? Ma è uno scherzo. Perché se così non fosse, se questo cretino di Huday avesse ottenuto una sorta d'investitura, diciamo internazionale, come capita sempre in casi di avvenimenti sportivi come le Olimpiadi, da qualche organismo occidentale allora c'è da capire, scavare, inquisire. Qualcuno a Ginevra sapeva che l'assassino Huday Hussein, forse da qualche anno, cercava di organizzare una sessione dei Giochi Olimpici? La questione non è di poco conto, questi due infami hanno pagato e ringraziamo i marines di averlo fatto anche per noi. Ma resta quel losco dubbio, Huday presidente del Comitato Olimpico. Giorgio, Il Bersò. L'Europa del futuro. Un terzo dei tedeschi sotto i trentanni (ed un quinto del totale) pensa che gli Usa abbiano organizzato gli attentati dell'11 settembre. Avanti così.
Da 1972. mercoledì, luglio 23, 2003 Ecco come e perché ho perso l'innocenza dell'ebrea per bene
di Fiamma Nirenstein Leggi su MOVIMENTO LIBERALE Paolo martedì, luglio 22, 2003 MASS GRAVES
Un'altra fossa comune piena di donne e bambini scoperta dalle "forze di occupazione" dopo "la guerra di aggressione".
Thanks to The Ville Paolo NEW
Dal The Boston Globe :
Nientemeno che Habermas e Deridda ( whose thinking was shaped by the Maoism of 1968 Paris) invocano un nuovo patriotismo europeo con il proprio indipendence day, assai significativo :
Non solo quindi abbiamo esortato il patriottismo, ma gia' individuato i patrioti. Con cio' stesso la patria socialista :
Ovviamente non il loro amore per l'umanita', ma l'impotenza del loro amore suggerisce metodi pacifici, per cui l'antagonismo antiamericano viene per ora chiamato bilanciamento, lotta politica e di opinione di un'europa demilitarizzata, perche':
(Capito ? Se avessimo lasciato Saddam al potere non vi sarebbe stata alcuna "occupazione"). Dulcis in fundo si individuano i nuovi cives di questa new socialist
E ora l'articolo sul The Boston Globe : [ read the article ] Paolo At war for freedom [read the article ] Guardian unlimited James Woolsey Paolo domenica, luglio 20, 2003 "GIUSTIZIA" O "PENTITO DIRE" ? Ogni tanto si sente al telegiornale un indagato che dice : "Sono tranquillo perche' ho fiducia nella giustizia". A me e' sempre parso un espediente per ingraziarsi gli inquisitori del caso. Se fossi ingiustamente accusato di qualcosa innanzitutto non sarei affatto tranquillo. Mi sentirei tranquillo se fossi colpevole, sia perche' avrei accettato il rischio in anticipo, sia perche' saprei di potermi "pentire" e barattare la liberta' con un po' di storie, indovinando magari cio' che chi ascolta vuole sentire. In secondo luogo non avrei, e non ho, fiducia nella "Giustizia". Nonostante la mia laicita' (o forse proprio per quello) ho un brivido a usare il termine "Giustizia" per indicare il lavoro dei tribunali. "Giustizia" mi pare un attributo metafisico e diffido di qualsiasi potere temporale che ami avere attributi metafisici. Quando accade non puo' sorprendere che qualche magistrato salti su a dire che le sentenze dei tribunali non si discutono. Discutiamo su tutto invece, soprattutto sugli attributi metafisici dei poteri temporali (a meno che non siano usati provocatoriamente, come e' il caso della citazione che appare sotto la bandiera simbolo di questo blog. Del resto come potrebbe parlare di nation under God un non religioso come il sottoscritto ?). Vado al sodo. Sono favorevole alla scarcerazione di Sofri perche' vedo nel processo Sofri un simbolo del giustizialismo. Quel giustizialismo che a partire del famoso caso Tortora, sulla parola di un cosiddetto pentito, ha giudicato e condannato senza il necessario supporto probatorio. Il giustizialismo per cui si e' onorata la mano dell'assassino di Calabresi, dello scioglitore di bambini nell'acido, di un reo confesso di 40 omicidi, lasciando queste mani in liberta' (talvolta liberta' protetta profumatamente pagata dai contribuenti). Il giustizialismo su cui si sono basati molti processi di mafia e di politica avvenuti e in corso. Ha ragione l'amico Rossi di Taccuino, che stimo e leggo con piacere, a dire che l'esigenza di certezza e il garantismo devono valere anche per l'umile, il povero, per chi non e' un intellettuale maître à penser con privilegiate simpatie e appoggi. Allora dico che la liberazione di Sofri sarebbe sbagliata se fosse un atto eccezionale per lui solo. Con cio' non alludo affatto ad amnistie, indulti o indultini. Alludo a un ripensamento e una regolazione normativa del modo in cui gli organi inquirenti devono procedere. Sofri venga liberato e si inizi una seria riforma della "giustizia". Per questo approvo la posizione radicale, che ha fatto sempre e continua a fare molto per il garantismo in questo paese e approvo le parole di Pannella contro le sentenze basate sul "pentito dire". Paolo N.B. I love America e' un blog a piu' mani. La presente opinione esprime solamente il pensiero di chi l'ha sottoscritta. sabato, luglio 19, 2003
[english version of this article] Anche in Italia giornali e televisioni ci vogliono ingannare ritagliando i fatti e usando le parole in un modo che chi segue gli eventi in medio-oriente conosce bene. Media imbavagliati e ciechi affinche' le notizie possano essere sfruttate politicamente, con disprezzo degli Irakeni che erano prigionieri di Saddam e per gli Irakeni che oggi stanno ricostruendo il loro paese con l'aiuto USA. Media sbugiardati quando preconizzavano sciagure, esodi, stragi per fame, paventando ogni sciagura per far rimanere in carica Saddam. Tuttavia continuano imperterriti senza onore e dignita'. Per questo riporto in italiano l'importantissima testimonianza di Amir Taheri, un giornalista iraniano che vive a Parigi, pubblicata sul New York Post. Vi prego di diffonderla il piu' possibile, per email, nei newsgroups.....ovunque. Paolo
IL VERO IRAK di Amir Taheri "L' Intifada Irakena !" Questo il titolo di copertina del Al-Watan Al-Arabi, un settimanale pro-Saddam pubblicato a Parigi. Trova eco nell'ultimo numero della rivista Americana Time, che dipinge uno squallido ritratto del paese appena liberato. Il quotidiano Al Quds, un altro giornale pro-Saddam, cita niente meno che il Washington Post a supporto delle proprie affermazione, che cioe' una "guerra popolare di resistenza" sta crescendo in Irak. Alcuni giornali negli Stati Uniti, Inghilterra e della "vecchia Europa" vanno oltre, sostenendo che l'Irak e' diventato un "pantano" o "un altro Vietnam". Il quotidiano parigino Le Monde preferisce il termine piu' chic e francese "engrenage". Questo coro vuole farci credere che la maggior parte degli Iracheni rimpiangono il vecchio regime, e sono proti a uccidere e morire per espellere i loro liberatori. Mi spiace, gente, ma non e' cosi'. Ne' il pio e illusorio desiderio dei media Arabi, a lungo sotto paga di Saddam, e neppure il viscerale odio di parte dei media occidentale per George W. Bush e Tony Blair, sono in grado di cambiare i fatti sul terreno Irakeno. UN FATTO e' che chi andasse in Irak in questi giorni non riuscira' a trovare qualcuno che rimpianga Saddam. Vi sono molte lamentele, soprattutto in Baghdad, riguardo la mancanza di sicurezza e la mancanza di elettricita'. C'e' ansia sul futuro in un momento in cui la disoccupazione fra il ceto medio e' stimata al 40 per cento. Gli irakeni si domandano anche perche'la coalizione non sia stata in grado di comunicare con loro piu' efficacemente. Tutto questo non significa assolutamente che vi sia un supporto popolare per le azioni violente contro gli Alleati. Altro fatto : la violenza cui abbiamo assistito, soprattutto contro i militari USA nelle ultime sei settimane, ha avuto luogo esclusivamente su meno dell'uno per cento del territorio Irakeno, nel cosiddetto "triangolo sunnita", che include parte di Bagdhad. In qualunque altro posto le forze Alleate sono accettate o addirittura benvenute. Il 4 luglio, giorno dell'Indipendenza Americana, molti negozi e case private in varie parti dell'Irak, comprese le areeKurde e le citta' nel cuore sciita della nazione, hanno esibito bandiere a stelle e strisce in segno di gratitudine per gli Stati Uniti. "Vediamo la nostra liberazione come l'inizio di un'amicizia con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna che durera' mille anni". dice Khalid Kishtaini, uno dei piu' importanti scrittori e romanzieri Irakeni. "Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno mostrato che un vero amico si riconosce nel momento del bisogno. Niente puo' cambiare questo fatto." Nei primi giorni della liberazione, alcuni predicatori delle Moschee saggiarono il terreno parlando contro "l'occupazione". Presto capirono che i loro fedeli avevano un'idea ben diversa. Oggi, il tema dominante dei sermoni nelle moschee riguarda l'unione fra popolo irakeno e le forze di coalizione per ricostruire il paese distrutto dalla guerra e metterlo sulla via verso la democrazia. Persino il religioso radicale Sciita Muqtada Sadr oggi dice che "del buono" puo' venire dalla presenza Alleata in Irak. "Gli Alleati devono aiutarci a stabilizzare la situazione", dice. "Il risanamento di cui abbisognamo non sarebbe possibile se fossimo lasciati soli". Ancora un altro fatto e' che tutte le 67 citta' dell'Irak e l'85 per cento dei paesi minori ora hanno delle istituzioni locali e municipali in piena funzionalita'. Diversi ministri, inclusi quelli della sanita' e dell'istruzione, sono nuovamente all'opera. L'industria petrolifera e' stata rivitalizzata e programma la produzione di 2,8 milioni di barili al giorno prima della fine dell'anno. Certamente la vita in IraK oggi non e' rose e fiori. Ma non va dimenticato che e' una situazione post-bellica. Non c'e' fame e in effetti i bazars sono ripieni di cibo come mai dagli anni 70, mentre i prezzi del cibo che erano andati alle stelle nelle prime settimane dopo la liberazione, ora sono piu' bassi che ai tempi di Saddam. La maggior parte degli ospedali stanno funzionando con l'arrivo di medicinali e attrezzatura essenziale, per la prima volta dal 99. Ancora, l'ottantacinque per cento delle scuole secondare e tutte le universita', tranne due, hanno riaperto con grande affluenza di allievi e docenti. La differenza e' che oggi non c'e' piu' alcun mukaheberat (agente della polizia segreta) che gira per i campus e sorveglia le classi per assicurarsi che non siano discussi argomenti proibiti. E gli studenti non devono piu' iniziare ogni giornata con il solenne giuramento di fedelta' al dittatore. Non c'e' stato alcun esodo di massa in Irak. Al contrario molti Irakeni, che erano stati deportati dalle loro case da Saddam, stanno tornando alle proprie citta' e paesi. Il loro ritorno ha gia' dato impulso alle imprese di costruzioni, moribonde negli ultimi anni di Saddam. Esuli Irakeni e rifugiati all'estero stanno tornando. Molti dall'Iran e dalla Turchia. Solamente nell'ultimo mese la Mezzaluna rossa Iraniana ha contato il rimpatrio di 10.000 Irakeni, la maggior parte Kurdi e Sciiti. In Irak oggi non ci sono piu' profughi, comunita' estirpate dal loro paese, e neppure lunghe file di vittime di guerra che cercano un qualche rifugio. Per la prima volta in quasi 50 anni non ci sono prigionieri politici, non ci sono esecuzioni, non ci sono torture e limiti alla liberta' di espressione. L'irak oggi e l'unica nazione musulmana dove qualsiasi corrente di pensiero, dagli islamisti estremisti dell'Hezbollah agli stalinisti, dai liberali ai socialisti, hanno piena liberta' di competere nel libero mercato delle idee. Meglio ancora, tutti sono oggi rappresentati nella Assemblea governativa di nuova creazione (Majlis al-Hukum). L'irak e' ora l'unica nazione musulmana dove piu' di 100 giornali e settimanali, che rappresentano ogni diversa opinione, vengono editi senza alcun permesso o censura da parte dell'autorita'. I molti blackouts e carenze di elettricita', soprattutto a Bagdhad sono dovuti niente meno che all'incremento del consumo del 30 per cento a causa degli impianti di condizionamento, date le temperature fino a 46 gradi. In alcune citta', per esempio Basra (Bassora), la seconda citta' Irakena per popolazione, si ha un consumo di elettricita' che mai si era visto per tutto il periodo della dittatura saddamita. Una passeggiata al mercato dei libri all'aperto di Rashid Street rivela che migliaia di libri che erano proibiti e banditi ai tempi di Saddam Hussein, sono ora disponibili in vendita. Fra gli autori pribiti vi erano quasi tutti i migliori scrittori e poeti, che molti giovani Irakeni stanno scoprendo per la prima volta. Appaiono a Baghdad e nelle altre maggiori citta' nuovi locali con in vendita videocassette e cd che aprono l'accesso a un universo culturale prima proibito. Stanno tornando persino i negozi di fiori sul Tigri. "Business is good", dice Hashem Yassin, un fiorista. "Nel passato vendevamo fiori ai funerali e per la devozione ai defunti. Adesso vendiamo per matrimoni, feste di compleanno e per regali". L'economia di libero mercato sta facendo i primi passi nel sistema socialista irakeno in tanti piccoli modi. Centinaia di mercanti offrono beni importati ma anche bibite, spesso imbottigliate in Iran, e biscotti e chewing gums dalla Turchia. Alcune sale da té competono per attrarre clienti offrendo tv satellitare come attrazione. Ogni sera la gente vi si affolla per guardare, fare zapping fra i canali e discutere cio' che hanno visto in una atmosfera sconosciuta sotto Saddam. Puo' essere difficile per un occidentale capire quanto sia esilarante poter guardare il canale televisivo che si desidera. In questa nazione, sotto Saddam, si poteva essere condannati come spie e venire appesi per il solo fatto di possedere una parabola satellitare. Un altro simbolo della nuova liberta' e' la moltiplicazione dei telefoni cellulari e persino satellitari. La maggior parte appartengono agli esuli che sono tornati, ma la loro apparizione e' rassicurante per molti Irakeni. Sotto Saddam il loro possesso poteva comportare la pena di morte. Il ritratto di Bagdhad come una versione orientale del Far West holiwoodyano e' totalmente fuoei luogo. Nasconde il fatto che la vita sta tornando alla normalita', che i matrimoni, che per tradizione avvenivano in estate, sono tornate con la tradizionale celebrazione ed esibizione tribale. Il primo concerto rock e' gia' stato fatto da un gruppo di ragazzi e la squadra di calcio nazionale ha ripreso gli allenamenti con un allenatore tedesco. Ci sono due Irak oggi. Uno dipinto da coloro che in America e in Europa hanno il solo scopo di usare qualsiasi notizia per danneggiare Bush e Blair, e l'altro Irak, che e' quello reale, con 24 milioni di Irakeni e le loro speranze, aspirazioni, e naturalmente ansieta' per il proprio futuro. "Dopo aver espresso le nostre rimostranza non dimentichiamo il punto essenziale : Saddam non c'e' piu'", dice Mohsen Saleh, geologo di Bagdhad. "Un uomo guarito dal cancro non si preoccupa dei raffreddori". Amir Taheri venerdì, luglio 18, 2003 Giganti. Il discorso di Tony Blair al Congresso degli Stati Uniti.
There is a myth that though we love freedom, others don't; that our attachment to freedom is a product of our culture; that freedom, democracy, human rights, the rule of law are American values, or Western values; that Afghan women were content under the lash of the Taliban; that Saddam was somehow beloved by his people; that Milosevic was Serbia's savior. Members of Congress, ours are not Western values, they are the universal values of the human spirit. And anywhere, any time ordinary people are given the chance to choose, the choice is the same: freedom, not tyranny; democracy, not dictatorship; the rule of law, not the rule of the secret police. The spread of freedom is the best security for the free. It is our last line of defense and our first line of attack. And just as the terrorist seeks to divide humanity in hate, so we have to unify it around an idea. And that idea is liberty. We must find the strength to fight for this idea and the compassion to make it universal. Can we be sure that terrorism and weapons of mass destruction will join together? Let us say one thing: If we are wrong, we will have destroyed a threat that at its least is responsible for inhuman carnage and suffering. That is something I am confident history will forgive. But if our critics are wrong, if we are right, as I believe with every fiber of instinct and conviction I have that we are, and we do not act, then we will have hesitated in the face of this menace when we should have given leadership. That is something history will not forgive. Members of Congress, if this seems a long way from the threat of terror and weapons of mass destruction, it is only to say again that the world security cannot be protected without the world's heart being one. So America must listen as well as lead. But, members of Congress, don't ever apologize for your values. Tell the world why you're proud of America. Tell them when the Star-Spangled Banner starts, Americans get to their feet, Hispanics, Irish, Italians, Central Europeans, East Europeans, Jews, Muslims, white, Asian, black, those who go back to the early settlers and those whose English is the same as some New York cab drivers I've dealt with, but whose sons and daughters could run for this Congress. Tell them why Americans, one and all, stand upright and respectful. Not because some state official told them to, but because whatever race, color, class or creed they are, being American means being free. That's why they're proud. As Britain knows, all predominant power seems for a time invincible, but, in fact, it is transient. The question is: What do you leave behind? And what you can bequeath to this anxious world is the light of liberty. That is what this struggle against terrorist groups or states is about. We're not fighting for domination. We're not fighting for an American world, though we want a world in which America is at ease. We're not fighting for Christianity, but against religious fanaticism of all kinds. And this is not a war of civilizations, because each civilization has a unique capacity to enrich the stock of human heritage. We are fighting for the inalienable right of humankind -- black or white, Christian or not, left, right or a million different -- to be free, free to raise a family in love and hope, free to earn a living and be rewarded by your efforts, free not to bend your knee to any man in fear, free to be you so long as being you does not impair the freedom of others. That's what we're fighting for. And it's a battle worth fighting. Per favore leggetelo. Da 1972. L’antiamericanismo è razzismo. Evidentemente non siamo i soli a pensarlo. Paul Johnson su Forbes.
Second, anti-Americanism is a function of cultural racism. An astonishingly high proportion of European elites know very little about U.S. history or culture and even deny that they have a separate existence apart from their European roots. It is strange that those seeking to bring about a European federal state or union have at no stage sought to study the lessons Americans learned during the creation of the U.S. in the 1780s. After all, the U.S. Constitution (suitably amended) has lasted for more than 200 years, and within its framework the country has emerged as the richest and most powerful society in world history. You might think, therefore, that European elites would seek to learn something from such a successful process. Not at all: The view is that sophisticated, civilized Europe has nothing to learn from "adolescent" America. What these Euro-elites particularly abhor is the way in which the framers of the Constitution made every effort to involve the population through the process of public debates, town meetings and ratification votes--and this at a time when Europe was still governed (for the most part) by the absolute sovereigns of the ancien régime. The truth is, any accusation that comes to hand is used without scruple by the Old World intelligentsia. Anti-Americanism is factually absurd, contradictory, racist, crude, childish, self-defeating and, at bottom, nonsensical. It is based on the powerful but irrational impulse of envy--an envy of American wealth, power, success and determination. It is an envy made all the more poisonous because of a fearful European conviction that America's strength is rising while Europe's is falling. Da 1972. mercoledì, luglio 16, 2003 LETTERA AI PEACEMONGERS
Paolo GLI IELLATORI Noi li chiamiamo iellatori, in questo articolo sono detti "declinists" . Sbagliavano negli anni '80 e continuano a sbagliare Paolo INDIGNATI IN SERVIZIO PERMANENTE CERCASI
Paolo martedì, luglio 15, 2003 LE RADICI DELL'ANTIAMERICANISMO James W. Ceaser, docente all'Universita' della Virginia, scrive questa interessante analisi storica dell'antiamericanismo europeo :
Paolo LA FORZA DI UN POPOLO Questa notte un palestinese ha dapprima accolellato una guardia di un locale, poi sul lungomare, sempre con il suo coltello, ha assalito una donna e una guardia giurata uccidendo uno di loro. E' indicativo il fatto che queste persone, armate, non gli abbiano sparato, bensi' tentassero di disarmarlo a mani nude. Infine un avvocato ha raccolto la pistola della guardia giurata e non l'ha freddato, bensi' ha mirato alle gambe per metterlo fuori combattimento. Cosa sarebbe accaduto ad un israeliano, persino non armato, nei territori occupati dai palestinesi ? Paolo The Poor Like Globalization
WASHINGTON: A recent worldwide poll may have come as a shock to those who view the anti-globalization demonstrations as emblematic of a general souring mood about global economic integration. The Pew survey found that not only was the attitude generally positive but there was more enthusiasm for foreign trade and investment in developing countries than in rich ones.
lunedì, luglio 14, 2003 I DANNI DEL PRINCIPIO DI PRECAUZIONE
Primo esempio : postato da Sgas, moderatore di it.scienza.medicina e Mario Campli Paolo domenica, luglio 13, 2003
[Tratto dal Corriere dello Sport] English : Paolo sabato, luglio 12, 2003
Stati Uniti d’Europa e d’America
venerdì, luglio 11, 2003 SULL'EUROPA ANTILIBERISTA Bello l'articolo di Sergio Romano su Il Nuovo, anche se e' errata o come minimo semplicistica l'individuazione della poverta' come causa del terrorismo. Si dimentica l'essenziale strumentalizzazione della poverta' e l'utilizzazione dell'educazione da parte del teofascismo.
Ma assai interessante e' la descrizione e la critica del protezionismo europeo in campo agricolo di questo articolo del Pakistan Economist :
Paolo
Paolo |